Una riflessione sul Super bonus 110%

31.07.2022

La soluzione non è bloccarlo ma rimodularlo. 

Nato come risposta straordinaria all'emergenza causata dal blocco delle attività imposto durante il Covid, il Superbonus è stato oggetto di diversi interventi normativi e di uno scontro dialettico sui pro e contro dell'incentivo. Una misura concepita per coniugare insieme la ripartenza del settore delle costruzioni con l'efficientamento energetico e la riduzione del rischio sismico del patrimonio edilizio. Per esprimere un giudizio compiuto sul meccanismo occorre guardarlo da diverse angolazioni e misurarne i diversi impatti. Innanzitutto ricordiamo che il Superbonus permette di detrarre (scontare) dalle imposte un importo pari al 110 per cento delle spese sostenute per alcune tipologie di lavori edili. Non si tratta di una novità assoluta, ma rispetto al passato l'incentivo è molto più generoso, con una detraibilità totale ripartita in soli 5 anni e con la possibilità di cessione del credito fiscale ad una banca o all'impresa esecutrice dei lavori, consentendo così al proprietario di realizzare l'intervento senza anticipare la liquidità necessaria. Ed è proprio la generosità dell'incentivo, tutto a carico della finanza pubblica, il più forte elemento di critica. Sull'argomento il premier Draghi ha dichiarato che il provvedimento era originariamente costruito su un sistema che prevedeva pochissimi controlli, facilmente raggirabile, con truffe e costi triplicati. Questo perché l'incentivo toglie la trattativa sul prezzo, ossia il committente non si preoccupa di negoziare il miglior prezzo dei servizi e delle forniture. Tanto paga pantalone. Le critiche governative riguardano il costo eccessivo della misura evidenziando problemi di copertura finanziaria e la stessa cedibilità dei crediti a favore di terzi, compresi gli intermediari finanziari, con un impatto in termini di debito per il bilancio dello Stato. La stessa cessione del medesimo credito tra numerosi soggetti è fonte di opera zioni risultate poi fraudolente. Si è pertanto provato a rimediare questi limiti introducendo alcune condizionalità come l'asseverazione, il controllo ex ante dell'Agenzia delle entrate e introducendo un limite al numero di cessioni dei crediti. 

 Per quanto riguarda i costi per lo Stato, i report dell'Enea confermano un costo del 110% al ritmo stabile di circa tre miliardi al mese. Il valore delle detrazioni al termine dei lavori già asseverati, ovvero l'onere a carico dello Stato per sostenere i bonus, è salito a 38,7 miliardi (dati aggiornati al 30 giugno). Secondo l'Enea, la stragrande maggioranza dei progetti riguarda gli edifici unifamiliari e gli edifici funzionalmente indipendenti, ossia le cosiddette "villette", mentre solo il 15,7 per cento dei 155.543 interventi realizzati finora riguarda i condomìni (24.263 interventi in termini assoluti). Un numero marginale se si pensa che, secondo le stime più diffuse, i condomìni presenti in Italia sono almeno 1,2 milioni, con 30 milioni di unità immobiliari. Da questo punto di vista il 110% rischia di essere semplicemente una versione formato "maxi" degli incentivi in vigore da anni per stimolare le ristrutturazioni edilizie (50%) e gli interventi di efficienza energetica e sismica (65%).

Ma allora conviene veramente il superbonus? E' veramente insostenibile per le casse statali? Innanzitutto conviene a chi ha l'opportunità di ristrutturare casa, tuttavia la misura crea un impatto più ampio con tutti i soggetti in ballo che provano a dimostrare la bontà del proprio osservatorio. Stando alle rilevazioni del Consiglio nazionale degli ingegneri la spesa di 21 miliardi nel primo semestre del 2022 ha generato circa il doppio in termini di investimenti, e un gettito fiscale complessivo 7,7 pari a 1/3 della spesa. Secondo i costruttori di ANCE il costo effettivo del Superbonus è di 530 milioni all'erario per ogni miliardo speso dallo Stato in detrazioni: questo perché l'intervento così ipotizzato produce maggiori entrate tributarie e contributive per 470 milioni. Imprese e progettisti denunciano un clima di incertezza normativa che rischia di bloccare migliaia di lavori già partiti o in procinto di partire, creando enormi contenziosi e facendo fallire centinaia di operatori. Anche gli istituti di credito chiedono certezza del diritto dopo aver contato 16 interventi normativi in due anni. In questo caso la richiesta al Governo è quella di potenziare le modalità di compensazione dei crediti invece di ampliare la platea dei soggetti cui è possibile cedere il credito fiscale maturato. In proposito, gli artigiani della CNA stimano in 2,6 miliardi di euro l'ammontare dei crediti fiscali riconosciuti con lo sconto in fattura e non ancora monetizzati. La consistenza dei crediti bloccati (circa il 15% del totale) sta mettendo in crisi migliaia di imprese che si trovano con cassetto fiscale pieno di crediti ma senza liquidità. Di recente Nomisma ha pubblicato un report sulla misura considerata certamente costosa ma capace di generare ritorni economici molto superiori, con un valore calcolato in 124,8 miliardi di euro (cioè il 7,5% del Pil) pari al triplo della spesa pubblica sostenuta sinora. L'analisi non nasconde i limiti della misura sinora servita a riqualificare soltanto lo 0,5% del parco edilizio nazionale, utilizzata soprattutto dai ceti medio-alti dell'Italia del centro-nord, generando un aumento di valore immobiliare a chi già ne disponeva. Per quanto riguarda la domanda di lavoro, secondo Nomisma i 38,7 miliardi investiti hanno generato 410 mila occupati nel settore delle costruzioni e 224mila unità in quelle connesse, per un totale di 634 mila occupati in più. Da questa breve analisi possiamo evincere che gli obiettivi del meccanismo sono condivisibili ma risultano discutibili le modalità seguite, come l'azzeramento del prezzo (tutto a carico dello Stato), che toglie al mercato ogni funzione allocativa. La domanda si ritrova molto gonfiata con il rischio che i prezzi rimangano inflazionati anche al termine del Superbonus. Altro limite riguarda l'effetto redistributivo considerato che i contribuenti più benestanti beneficiano dieci volte di più rispetto alle famiglie più povere. Si tratta di un effetto dovuto non tanto all'incapienza, ma alla distribuzione della proprietà immobiliare e alla capacità di spesa per far fronte a lavori di ristrutturazione.

E allora quale futuro per il Superbonus? Il ripensamento della misura non andrebbe tarato esclusivamente sull'abbassamento della detrazione ma dovrebbe perseguire altre finalità pubbliche, selezionando gli ambiti di applicazione dei superbonus. Si potrebbe favorire ad esempio l'accesso alle agevolazioni in modo inversamente proporzionale rispetto al reddito dei proprietari per contrastare la povertà energetica. Inoltre il superbonus dovrebbe operare di più e meglio sulle scale più grandi ossia sugli interventi finalizzati alla rigenerazione urbana e delle periferie (si pensi all'ERP) così da diventare una grande opportunità per la riqualificazione energetica ed estetica delle nostre città. 

In conclusione, come scrive Vincenzo Visco, il meccanismo per quanto discutibile non va bloccato bensì rimodulato, dato il contributo che esso fornisce ad una crescita dell'edilizia diffusa su tutto il territorio nazionale e che non è in concorrenza con le grandi opere. "Può non piacere, e a me non piace particolarmente, ma non si può rischiare di rallentare quel po' di crescita su cui possiamo fare affidamento.

 Peppe Garau 28-07-2022

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di Articolo Uno Sardegna