Transizione verde?

04.08.2021

Accaparamento di territorio e filiere estrattive 

La "transizione ecologica" si configura sempre più come un nuovo campo di ripresa economica, guidata dalla retorica della crescita e dello sviluppo, in un percorso simultaneamente di rottura e continuità con la governamentalità ambientale degli scorsi decenni. Da un lato, infatti, la riconferma del modello secondo cui la crisi ecologica e il danno ambientale smettono di esserelimiti all'accumulazione di capitale, divenendo invece nuove occasioni di profitto e investimento, cioè nuovo spazio e motore di accumulazione. Dall'altro lato, questo campo di valorizzazione ecologica assume un ruolo particolarmente centrale nella risposta quasi disperata ad una crisi sistemica senza precedenti esacerbata dalla pandemia Covid-19.

La "transizione verde" è, di fronte al collasso generalizzato del sistema-mondo edell'ecologia-mondo tardo capitalisti, non soltanto lo spazio per la ricerca di nuove "opportunità" per un'economia ormai languente: è il luogo e il tempo dell'assalto al vivente ancora irriducibile alle logiche del valore, il tentativo profondo di convertire tutto il mondo - organico e non - oblio finale dei limiti e della cocciuta forza della materia nel sottrarsi ai disegni del capitale. Questo sarà allora il vero e proprio "campo di battaglia" del tempo a venire contro l'estremo, disperato e violento tentativo di un sistema in aperta crisi che coglie l'occasione della riconversione ecologica per sopravvivere, si deve dare allora lotta per rivendicare il vivere: il "vivere bene" nel suo senso più profondamente politico, anche conflittuale, sempre teso alla realizzazione di reale messa-in-comune affinché l'ecologia possa tradursi in pratiche e politiche di co-abitazione ecologica non più guidata da logiche necrofile e necropolitiche.

Il neoliberismo funziona più che mai con il pilota automatico, amministrato da banche centrali e burocrazie come la Commissione europea, con i mercati finanziari in qualità di loro esecutori.

È certo un'esagerazione affermare che il sistema stia crollando. È più opportuno suggerire chesta generando conseguenze distruttive sempre più difficili da gestire.

E qui ci sta l'attuale politica di accaparramento di terra: essa seguirà dapprima la strada deimeccanismi (ostili) di mercato e poi, e più classicamente, si presenterà come processo forzosoorganizzato da un dispositivo giuridico: il d.lgs 387/2003 introdotto dall'allora governo Berlusconi. Il decreto stabilisce che "le opere per la realizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili [...] sono di pubblica utilità ed indifferibili ed urgenti". Con tale norma, viene introdotta la possibilità di espropriare ex lege gli appezzamenti individuati per la costruzione di impianti rinnovabili (privati), in assenza di un efficace sistema di contrappesi. Da un lato, dunque, si tutela l'investimento privato riconoscendogli il diritto all'accaparramento di terra, dall'altro si indeboliscono le già flebili capacità di resistenza o negoziazione dei piccoli proprietari, nonché la possibilità per le comunità territoriali di incidere sulla programmazione socio-ecologica del proprio futuro.

Tuttavia, l'accaparramento e l'inglobamento di terra non sono che la manifestazionesuperficiale di una dialettica di mercificazione molto più profonda, dove l'accaparrare e l'inglobarerispondono all'esigenza di metabolizzare in merce porzioni sempre più ampie dell'esistente. Ed è qui che l'accumulazione per espropriazione diviene accumulazione per incorporazione, ovvero riplasmare in oggetti del capitale porzioni sempre più ampie dell'esistente. Un processo che nell'assicurare controllo su spazi e risorse, fra cui primariamente la terra, non può che estendersi al groviglio vivente di relazioni sociali che li significano. Un processo che ingloba il territorio, inteso come riorganizzazione di quella dialettica di "fecondazione e domesticazione" tra l'insediamento umano e la natura secondo i dettami dell'accumulazione perpetua. Qui scopriamo come le politiche di promozione delle fonti rinnovabili, dentro gli schemi del capitalismo, possano, disgraziatamente, contribuire a rafforzarne il dominio. Abbiamo visto come il paesaggio sia stato profondamente modificato, dalle pale che affollano i nostri crinali alle distese di pannelli fotovoltaici che cominciano a coprire e sostituire le nostre pianure. Una trasformazione visiva impetuosa quanto ilboom sospinto dall'incentivazione irrazionalmente concentrata su scale produttive estese.

Così, i territori diventano giacimenti di energia rinnovabile, ma insostenibile. Attorno alla sua estrazione vengono completamente riorganizzati e risignificati, come oggetti del capitale.

La "transizione", dalla nebulosità iniziale assume finalmente i contorni di un indeterminato periodo da gestire per raggiungere i grandi target internazionali, come momento di costruzione di una interconnessione tra governo dell'energia, sviluppo sostenibile (basta aggiungere un "sostenibile" a qualunque iniziativa per renderla digeribile a tutti) e tutela ambientale (!). Le parole d'ordine restano sempre le solite: governance, prevenzione, velocizzazione, competenze tecniche, Italia smart, digitalizzazione e via di seguito. La transizione altro non è se non un escamotage per spingere i limiti del possibile sempre un po' più in là, per continuare a parlare (solo parlare) di ambiente, per prendere tempo.

Negli ultimi decenni, i governi hanno perseguito politiche di austerità, intensificato l'estrazione di "risorse naturali", migliorato le tecnologie di sorveglianza a tutti i livelli. Tutto questo per mantenere a galla un'economia che devasta gli ambienti di vita. La linea di faglia è chiara. Questo periodo di paura e di isolamento mostra l'urgenza di studiare i modi per smantellare le infrastrutture della devastazione, per poter sviluppare e soprattutto praticare nuove condizioni di vita.

Siamo ben consapevoli che la strada da percorrere sarà lunga, difficile e insidiosa. Ma è urgente liberarci di certe idee paralizzanti, prima fra tutte quella di una transizione ecologica che dipenderebbe unicamente dai decisori economici e/o politici estranei o regionali ma eterodiretti. Ci è cara la "classica" e nostrana visione che si fonda sull'idea che nel processo sociale prima di tutto viene la resistenza contro il capitale, e tutto il resto (apparati politici, modelli economici) dipendono dal rapporto di forza tra le classi. Perché la lotta di classe può esserci ancora, anche se non ci sono gli operai. Di questo è tempo che ci si convinca.

Mario Loi

Aprile - Testata Giornalistica Regionale
di Articolo Uno Sardegna