SICUREZZA SUL LAVORO

07.07.2022

Sicurezza sul Lavoro: che cos'è? Nonostante gli interventi legislativi il numero delle morti resta alto 

Da molti anni, il tassametro delle mutilazioni e delle morti sul lavoro, prosegue nella sua ineluttabile e costante - troppo costante - rotazione, immune e sarcastico nei confronti di qualunque tentativo di fermarlo. Perché? Forse, quei tentativi, sono prevalentemente fatti di urla e sincere, quanto inutili, manifestazioni di sdegno? Oppure di furbesche, quanto efficacissime finzioni adorne di parole e propositi di chi nasconde la responsabilità, scandalosa, dello sfregio quotidiano alla salute, alla sicurezza, e, infine, alla dignità dei lavoratori italiani? E' probabile che sia così. Osservando i dati sull'andamento degli infortuni si rileva, plasticamente, il problema del sistema Italia a tutelare la salute dei suoi lavoratori. Prendiamo come paragone il periodo che va dal 2000 al 2020: nel 2000 ci furono 991.843 infortuni denunciati e quelli con esito mortale risultarono essere 1389; nel 2020 i casi denunciati sono 572.018 e gli esiti mortali 1538, nel mezzo si nota, anno dopo anno, un calo quasi costante degli eventi denunciati senza che ci sia analoga diminuzione dei casi mortali. Cosa si evince da questi dati? Pare evidente che a calare sia la voglia o la possibilità di dichiararli gli infortuni, sicuramente non il loro numero complessivo e drammaticamente reale. Eppure da molti anni a questa parte assisto periodicamente ad aggiustamenti della normativa, dichiarazioni di assunzione di personale dedicato ai controlli ecc. La realtà è che ci sarebbe davvero necessità di rivedere la normativa, non per modificarla o renderla ancor meno comprensibile o blanda, come è già stato fatto fin dal 2009, a meno di un anno dall'entrata in vigore del Dlgs. N. 81/2008, ma per renderla efficace e per dare agli operatori del settore e alle figure professionali individuate nella Legge stessa, l'autorità e la responsabilità necessaria a fare qualcosa che nessun organo di controllo o apparato repressivo può fare: la prevenzione.

Sono passati ormai quasi trent'anni dalla pubblicazione della 626/94, la legge che recepiva alcune direttive europee che imponevano, agli stati membri, di adeguarsi agli standard previsti in ordine al miglioramento della sicurezza e salute dei lavoratori sui luoghi di lavoro. La domanda è: perché questa normativa non è entrata con forza nel comune sentire dei lavoratori e delle loro famiglie? I motivi sono molteplici. Ricordo ora che in piena crisi provocata dagli speculatori  finanziari, un ministro della Repubblica intervenne in due occasioni pubbliche per dire che : " la 626 è un lusso che non possiamo permetterci". Ricordo che, uno dei due eventi, si svolgeva a Cernobbio ed era quella simpatica liturgia che ogni anno mettono in scena gli industriali italiani per ribadire al governo le loro pretese di assistenza. Quel giorno, combinazione, si presentò in visita di cortesia una delegazione di dirigenti della Thyssenkrupp, da poco condannati per omicidio con "dolo eventuale" per aver accettato il rischio di mandare a morte delle persone, risparmiando i quattro soldi necessari a mettere in sicurezza la linea di laminatoio che poi provocò la morte di sei lavoratori. Quel giorno, i nostri industriali e il ministro, accolsero tutta questa bella gente con uno scrosciante applauso. Inutile dire che, in tutto il Paese, dal Presidente della Repubblica ai sindacati alle varie chiese di varia natura o culto, non si ascoltò una sola voce di sdegno, non si vide una smorfietta di disgusto o un'imprecazione. Nulla! Eppure, anche quel giorno come quello prima e come certamente sarebbe avvenuto il giorno appresso, tre persone e mezza sarebbero morte sul lavoro, ma siccome non ne dava conto la TV era come se non ci fosse nulla da ricordare o da dire. Si potrebbe anche dire che, negli ultimi decenni, molte leggi contro il lavoro e contro i diritti dei lavoratori sono state approvate. Leggi che fanno a pugni con il concetto di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e che, per contro, vanno d'amore e d'accordo con il concetto - ormai divenuto valore universale - di profitto e addirittura di sfruttamento. Lo vediamo in questi giorni con la polemica, stucchevole, sul reddito di cittadinanza: padroncini con la bava alla bocca vengono istigati, in TV, da ricchi signori e "feroci conduttori di trasmissioni false" -permettetemi la citazione- a scambiarsi insulti ed offese con alcuni percettori di questo reddito, accusandoli di essere dei parassiti perché, potendo andare a lavorare nelle loro botteghe con stipendi da fame, con orari indefiniti e con nessuna garanzia o diritto, preferiscono declinare l'offerta e continuare a percepire il misero reddito. Se vedo queste realtà, trovo subito una risposta alla domanda di prima. Il fatto è che io sono a mia volta Italia, una piccola parte forse, ma voglio essere italiano come lo furono Gramsci, Amendola, Secchia, Terracini e molti altri che erano italiani e stavano in carcere, o al confino, mentre gran parte dei loro connazionali sbattevano i tacchi e facevano il saluto romano. Loro non credevano che fosse quella l'Italia, o che dovesse essere quella e per questo motivo proseguivano nella loro lotta contro un pensiero che trovavano ingiusto ed inumano, perché negava il fatto che l'uomo, in quanto tale, è portatore di diritti inalienabili. Anni dopo, gli stessi uomini, e tutti noi, abbiamo visto gli stessi concetti nella dichiarazione mondiale dei diritti umani. A noi toccherebbe il compito di farli diventare realtà e dobbiamo trovare la forza, anche nella difficoltà attuale, di non farli dimenticare. La salute e sicurezza nei luoghi di lavoro è fatto che riguarda la sinistra, perché attiene ai diritti umani e alla dignità stessa della persona umana. Dobbiamo fare di più 

Giovanni Modaffari - 15.06.2022

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