Sacrifici e privilegi, ovvero: vinti e vincitori

05.07.2022

Come le diseguaglianze si trasformano in esclusioni 

 Fuori c'è il sole e l'arsura, ma sta per abbattersi una nuova stagione delle piogge. E come sempre non ci bagneremo tutti allo stesso modo. E' quanto sta accadendo con l'impennata dell'inflazione che erode il potere d'acquisto delle famiglie. Di quelle americane e di quelle europee. In Africa e nelle nazioni più povere del globo piove, ancora una volta, sul bagnato: si rischia una catastrofe alimentare dovuta all'aumento delle materie prime. 

"Tutta colpa della guerra di Putin", si affannano a ripetere i telegiornali di tutto il Mondo.

 Ma è veramente così? Proviamo a procedere per gradi. A maggio l'indice dei prezzi al consumo USA ha toccato l'8,6% su base annua, un valore che non si vedeva dal 1981. Anche in Italia non si scherza. Si stima una crescita dell'inflazione al 6,8%, un livello che non si vedeva dai primi anni novanta del secolo scorso. A spingere in alto il livello dei prezzi sono i beni energetici e delle materie prime, un eccesso di domanda di fronte a carenze nelle forniture di semilavorati, componenti e beni finiti alle industrie e alle catene distributive. L'Europa è più esposta al primo fattore a causa della sua elevata dipendenza dall'estero per le forniture di gas, mentre i lockdown da Covid in Cina accentuano i problemi alle catene di approvvigionamento dei beni intermedi e riguardano l'intero globo. In Italia la corsa al rialzo è trainata dai beni energetici regolamentati (energia elettrica a mercato tutelato e gas di rete per uso domestico) e non regolamentati (carburanti per gli autoveicoli, lubrificanti, combustibili per uso domestico, energia elettrica a mercato libero), dei beni alimentari e dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona. E' evidente che l'aggressione della Russia abbia contribuito al rialzo dei prezzi delle materie prime. Ma, come descrive Edoardo Bella in un articolo pubblicato sull'Osservatorio dei Conti Pubblici, l'aumento dei prezzi dopo l'inizio delle ostilità rappresenta solo 1/3 di quello verificatosi durante tutto il periodo a decorrere dalla pandemia. In particolare, il prezzo del gas naturale, del petrolio, dei principali cereali (frumento, mais e riso), delle materie prime agricole e dei metalli erano già aumentati prima del febbraio 2022. L'implicazione di questa analisi è che, se anche la fine delle ostilità portasse a un ritorno dei prezzi delle materie prime a livelli precedenti l'aggressione all'Ucraina, questi prezzi resterebbero molto più alti rispetto a quelli osservati un paio di anni fa. Il caro prezzo è datato a quanto successo durante la pandemia. E' da allora che l'indice composito delle materie prime ha iniziato a salire repentinamente. Vediamo adesso le contromosse per contrastare l'aumento dei prezzi e l'inflazione. Negli Usa la Federal Reserve ha deciso di aumentare i tassi d'interesse di tre quarti di punto, il maggior rialzo dal 1994, per contenere l'inflazione pìù alta degli ultimi 40 anni. L'obiettivo è quello di allentare i consumi, per allentare la pressione sui prezzi. Anche in Europa la BCE intende stringere i cordoni, annunciando la fine del quantitative easing ed un prossimo aumento dei tassi d'interesse a cui ha fatto seguito la dichiarazione di un nuovo scudo anti-spread e l'uso flessibile dei 1.700 miliardi di euro di bond comprati col programma pandemico, da reinvestire man mano che arriveranno a scadenza. Un rialzo che ci costerà molto caro visto l'elevato indebitamento del nostro Paese, con forti tensioni sullo spread. Ciononostante, come osserva Marco Fortis sull'HP, la produzione industriale italiana del trimestre febbraio-aprile 2022 è cresciuta del 2% rispetto al precedente trimestre novembre 2021- gennaio 2022. Si tratta del più forte aumento tra i maggiori Paesi dell'Eurozona. Un andamento nettamente in controtendenza rispetto alla Germania (-1,3%) e alla Francia (- 0,3%) che ribadisce l'accresciuta competitività del Made in Italy. Stiamo quindi vivendo una fase complessa e caratterizzata da aspetti contraddittori, dove la riduzione del potere d'acquisto delle famiglie vede anche, all'opposto, la tenuta della manifattura, la crescita delle costruzioni e la ripartenza del turismo dopo la fine dei lockdown. Ma chi paga tutto questo? Come già avvenuto per il Covid non piove per tutti allo stesso modo. L'erosione del potere d'acquisto colpisce prevalentemente le famiglie dei dipendenti e dei pensionati che non possono rivalersi su nessuno, ma solo alleggerire il carrello della spesa. Anche il mondo del lavoro è alquanto variegato: sono penalizzate soprattutto le famiglie monoreddito, i lavoratori precari, le donne che dispongono, ahimè, di stipendi più bassi rispetto agli uomini. Alla riduzione dei consumi si associa il valore dei risparmi, con rendimenti reali negativi. Sinora il Governo è intervenuto con diversi decreti, sterilizzando, (almeno in parte) gli aumenti, azzerando gli oneri di sistema sulla bolletta, estendendo il "bonus sociale elettrico", abbattendo le accise sui carburanti attraverso la tassazione degli extraprofitti ed introducendo un bonus di 200 euro per i redditi inferiori a 35mila euro. Ma è sufficiente tutto questo? A me sembra che non ci sia la volontà politica di affrontare alcuni nodi strutturali. Si richiedono i sacrifici alle categorie di sempre lasciando i privilegi ad altri. Un esempio su tutti è la discussione che ruota attorno alla riduzione del cuneo fiscale, la mancata riforma della delega fiscale oppure la mancata revisione del catasto. Come scrive Vincenzo Visco sul Sole 24 ore, solo in Italia si insiste sulla necessità di ridurre il cuneo fiscale, ma si rifiuta di dire come tale opportuna riduzione dovrebbe essere finanziata. Tutte le forze politiche e sociali sono impegnate a chiedere riduzioni della tassazione a carico del disavanzo pubblico, perché l'idea di redistribuire il prelievo esistente non viene neanche presa in considerazione. Non c'è dubbio che un aumento dei salari e una riduzione del costo del lavoro siano quanto mai opportuni attraverso la contrattazione e l'introduzione del salario minimo orario. Ma questo necessita di una riforma fiscale vera e consapevole dei problemi sul tappeto: se si vuole ridurre la pressione eccessiva sui redditi di lavoro, bisogna tassare di più altre componenti del valore aggiunto o della capacità contributiva esistente: redditi da capitale, rendite varie, royalties, brevetti, patrimoni, redditi evasi ed elusi o indebitamente esenti, spese fiscali ed altri trattamenti privilegiati. Bisogna ridurre i privilegi di alcuni e non chiedere i sacrifici sempre agli stessi.

Non vi sono altre strade. Diversamente, per usare le parole di Ezio Mauro, le diseguaglianze si trasformano in esclusioni. 

 Peppe Garau 20.06.2022

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