Qualche cenno su Bene Comune e territorio

04.08.2021

Una visione del territorio come luogo dell'abitare

Già  più di trent'anni fa, nel 1989 Henry Lefebvre, in uno dei suoi ultimi scritti, avvertiva che "presto sulla superficie della Terra non rimarranno che isole agricole e deserti di cemento". 

Oggi sappiamo bene che ciò che le società umane ipertrofiche di questo secolo stanno distruggendo non è il nostro pianeta, non è la Terra: la presenza umana sul pianeta non è che un episodio, al termine del quale essa troverà senz'altro nuovi equilibri ecosistemici, non necessariamente identici a quelli che lo precedevano, ma di certo altrettanto efficienti. 

Abbandonando, degradando, desertificando e isterilendo la Terra per far spazio a inconcepibili megalopoli sempre più estese e voraci, definitivamente incapaci di provvedere al proprio sostentamento, quello che stiamo distruggendo è piuttosto l'ambiente dell'uomo, il "territorio", vale a dire il "prodotto culturale" del nesso inscindibile fra le comunità insediate ed il loro contesto locale. Anche quando le azioni umane trasformano in modo irreversibile gli ambienti della Terra, esse non li distruggono, si limitano a portarli a livelli energetici troppo bassi o troppo elevati perché restino compatibili con la vita umana: l'esaurimento dei combustibili fossili minaccia solo di farne cessare per sempre l'uso che noi ne facciamo, così come lo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari, con il conseguente innalzamento del livello degli oceani, o la distruzione della foresta amazzonica minaccia solo la stabilità dei nostri insediamenti a partire da quelli costieri. 
 
 
Del resto i cataclismi ricorrenti, cui tutte le regioni del pianeta sono oramai soggette, colpiscono gravemente proprio gli habitat trasformati dall'uomo, dal momento in cui si modificano le condizioni climatiche entro cui sono stati storicamente costruiti come neoecosistemi, mettendone a nudo la fragilità. Una parte della cultura ambientalista vede il ripristino dei beni comuni naturali come superamento del degrado dei beni comuni territoriali: vede dunque con favore la trasformazione di pascoli, seminativi e terrazzi coltivati in boscaglia, cosa che dovrebbe rappresentare un aumento di naturalità; per le comunità umane insediate in quegli ambienti, al contrario, la loro "rinaturazione" rappresenta di fatto una catastrofe ecologica, poiché si genera dalla lacerazione del legame coevolutivo, di interazione e di mutua trasformazione, che solo ha permesso loro di sviluppare tecniche di sopravvivenza adeguate al proprio contesto di riferimento. 

Bisogna invece guardare all'avvio di una "nuova civilizzazione antropica" che ne riattivi i processi coevolutivi interrotti dalla civiltà delle macchine, industriale e postindustriale. 

Quello che è stato definito "ritorno al territorio" non è dunque il tentativo vano di azzerarne le superfetazioni storiche per restituirlo a un ipotetico stato originario: se ciò che ci interessa è mano a quella del "progetto politico di territorio", che comprende i beni culturali e naturali come componente del valore patrimoniale dell'intero territorio; un valore su cui fondare l'azione collettiva per elevare la qualità dei mondi di vita delle popolazioni (cfr. Convenzione europea del paesaggio), riferendo dunque l'azione di cura e gestione dei beni comuni alla totalità del territorio. 

L'ambiente "dell'uomo", non è continuando a "proteggerlo" dalla sua azione magari per farne la principale attrazione di parchi a tema - che potremo riappropriarcene, ma precisamente "reimmettendolo" nei cicli attivi di produzione e riproduzione della vita umana come loro principale presupposto, catalizzatore ed esito; non "restaurando" equilibri territoriali ormai perduti (se pure sono mai esistiti), ma "instaurandone" di nuovi e più efficienti attraverso la produzione di nuovo territorio.

Occorre dunque mettere all'ordine del giorno il passaggio, concettuale ed operativo, da una visione "naturalistica", conservazionista, museale, sostanzialmente statica del territorio, che nel migliore dei casi lo ha condannato al confino in aree protette a valere come una sorta di "compensazione" della modernità, a una visione di carattere "progettuale" per cui il territorio valga non già (o non solo) come memoria ma (o almeno anche) come obiettivo; occorre, in altre parole, superare la cultura della conservazione nuda e cruda dei beni culturali e naturali per mettere Se è giusto battersi per scongiurare la mercificazione dei beni comuni, altrettanto giusto ma più urgente è farne il nucleo di nuove azioni di "patrimonializzazione" che li riportino al centro della nuova economia ecologica e territorialista, invertendo così i processi di deterritorializzazione che sono alla radice tanto dell'ascesa della civiltà contemporanea quanto della sua crisi. Questa visione processuale del bene comune territorio impedisce di considerare il "ritorno" ai beni comuni come il ripristino di un ipotetico "stato di natura" originario, che preesisteva al pervertimento operato dall'introduzione della proprietà esclusiva. Quando non direttamente "creati" dalle comunità umane, i beni comuni riferiti al territorio sono in ogni caso "qualificati" come tali dalla loro opera, se è vero che è proprio il ricadere nell'ambito d'azione di una comunità ciò che li rende "comuni". 

Il bene comune territorio non è quindi una dotazione, un vestigio od una preesistenza, è un costrutto che si determina solo nell'interazione vitale, durevole e coevolutiva fra comunità umane ed ambiente naturale. 

E' quindi opportuno avviare una riflessione profonda su questi temi che probabilmente può darci indicazioni pratiche sulle politiche e sulle azioni sociali da mettere in campo; indicazioni utili non solo e non tanto per "preservare" il bene comune territorio dai ripetuti attacchi di cui è oggetto, ma per farne soprattutto un caposaldo della "conversione ecologica" dell'economia che lo riporti alla sua funzione di "arte dell'abitare", dello stare al mondo e che si presenta oggi come la via maestra per garantire la sopravvivenza futura della specie umana sul pianeta. 

Mario Loi

Aprile - Testata Giornalistica Regionale
di Articolo Uno Sardegna