PNRR e riforma della Pubblica Amministrazione

04.08.2021

Il punto di vista di chi lavora nella periferia istituzionale 

   In un recente articolo abbiamo paragonato il PNRR ad un treno da non perdere considerato che impegnerà finanziariamente le prossime generazioni e vincolerà tutte le prossime decisioni di spesa pubblica.

   L'uso efficiente di queste risorse aggiuntive dipende soprattutto dalla riforma della Pubblica Amministrazione, che necessita di un investimento sul capitale umano accompagnato dalla semplificazione delle procedure e da una maggiore digitalizzazione dei processi e dei servizi.

    Dopo un lungo decennio di demagogia spicciola, dai "fannulloni" di Brunetta ai tagli lineari da Tremonti sino a Renzi, ci è voluta una pandemia per riscoprire l'importanza della PA.

   L'attuazione del PNRR si poggia infatti sui pilastri di governance, semplificazioni e reclutamento nella PA, presupposti necessari per la messa a terra degli interventi e poter triplicare la velocità della spesa rispetto al passato. La situazione di partenza è però critica. Come illustrato nell'ultimo Forum Pa, nel corso del 2020 il pubblico impiego ha raggiunto il suo minimo storico, contando 3.212.450 dipendenti.

    Nel prossimo quinquennio si prevedono uscite per oltre 700mila unità di personale. Il calo del numero dei dipendenti pubblici ci ha allontanato dagli standard degli altri Paesi Ue: oggi in Italia opera nel settore pubblico il 13,4% dei lavoratori, meno che in Francia, Gran Bretagna e Spagna.

    L'età media è di 50,7 anni, oltre 500.000 unità possiedono oltre 62 anni, gli under 30 sono appena il 4,2%. I laureati nella PAsono il 41,5%, con un predominio di giuristi: 3 su dieci sono laureati in giurisprudenza. La riduzione degli organici ha particolarmente colpito gli enti locali: nei quasi 8mila comuni italiani oggi ci lavorano solo 355mila dipendenti: 6 dipendenti ogni 1000 abitanti. pensate a misura del centro e non delle periferie.

   Se questo è comprensibile in una prima fase, necessaria per la partenza del PNRR, è altrettanto vero che per vincere la scommessa dobbiamo semplificare anche le procedure ordinarie, coinvolgendo nell'attuazione tutti i livelli istituzionali. Occorre riconoscere quindi un maggiore protagonismo agli enti locali.

   Per questo l'ANCI ha richiesto di rivedere il ruolo della periferia territoriale anche in termini di rappresentanza nella cabina di regia e nell'attuazione diretta di alcune missioni del PNRR senza intermediazioni regionali. metterà in discussione.

     A tal fine il Governo ha previsto misure per favorire la mobilità verticale e orizzontale, l'osmosi di personale (non solo tra amministrazioni, ma anche tra pubblico e privato), la formazione e il superamento dei tetti al salario accessorio, che dovrebbe consentire alla contrattazione di articolare meglio la dinamica retributiva.

   Sul blocco del superamento del salario accessorio, è però intervenuto il Ragioniere generale dello Stato dicendo che "rimane una promessa poiché sono necessari tra 2 e 3 miliardi di euro. Soldi che adesso non ci sono."

   Ma non si può pensare di fare le nozze con i fichi secchi. Non si possono pretendere skill specifiche e pagarle 1.400,00 al mese. Chi verrebbe a lavorare in periferia, a sporcarsi le mani, per quella cifra considerato che i contratti legati al PNRR sono tutti a tempo determinato?

  Le competenze specialistiche interne vanno adeguatamente remunerate come quelle esterne. La gestione dei fondi europei è attività complessa, pertanto il Governo si deve immediatamente attivare per trovare le risorse. Il resto è fuffa.

Peppe Garau
Aprile - Testata Giornalistica Regionale
di Articolo Uno Sardegna