Per un laboratorio politico della sinistra

05.07.2021

L'idea che l'economia si "autogoverni" ha portato alla pratica di una società non governata

Credo che le diverse fasi della storia della sinistra, almeno dagli anni '60 in poi, siano accomunate dalla costante ricerca di un punto di vista di parte - quello della classe operaia, degli oppressi - e dal tentativo di fare della politica la forma, la prospettiva, il progetto di questa parte.

La scoperta fondamentale della sinistra di quegli anni è la scienza operaia legata al punto di vista di parte operaia. Per me la sopravvivenza di quello che con un termine orribile oggi è chiamato "operaismo" non consiste quindi nel continuare a sostenere la tesi che ci sia una classe operaia, perché questa non c'è più, ma consiste nel fatto di mantenere quel punto di vista di parte, che non è più di parte operaia, ma rimane comunque di parte; oggi potremmo dire della parte degli ultimi. Punto di vista di parte vuol dire punto di vista alternativo, antagonista al capitalismo. Chi ha attraversato l'esperienza dell'operaismo rimane, secondo me, con questo risultato nella zucca, cioè resta sempre di parte. Non contribuisce ad elaborare e non pratica una scienza o una teoria che valga per tutti, ma lavora per accrescere la costruzione di una scienza o una teoria per la propria parte contro l'altra parte. Quindi essere comunisti, o alternativi che dir si voglia, vuol dire questo, prima di tutto.

L'idea che l'economia si autogoverni ha portato alla pratica di una società non governata. Questa è la condizione odierna di deriva e di degrado della convivenza civile, in assenza di un senso comune del vivere in società, e in presenza degli spiriti animali dell'individuo sovrano, secondo il mito borghese che si provvede per tutti quando si provvede per se stessi. La crisi della democrazia organizzata ha prodotto la crisi della politica governante. Non si governa con l'antipolitica, né con l'antipolitica di destra, populista e plebiscitaria, né con l'antipolitica di sinistra, partecipazionista, nuovista e confusamente progressista. E non si governa a qualunque costo.

O si governa con la politica, o non si governa. Non è classe politica seria quella che decide sotto dettatura degli interessi, o ancora peggio delle pulsioni, di una massa impolitica. Purtroppo questo l'hanno chiamato "il nuovo che avanza".

E arriviamo al dunque. Oggi c'è un improrogabile problema di identità del PD come formazione politica. Spero che, passata l'emergenza in cui siamo immersi, il PD si avvii ad un congresso vero, di stampo tradizionale, a ripensamento ed elaborazione di una visione strategica complessiva riguardo alla propria presenza in Italia e in Europa. Si sente dire da più parti che il Pd avrebbe bisogno di trasformarsi in una forza di sinistra autenticamente popolare, perno di un più vasto campo di alleanze. Ma non ce la fa, e non ce la può fare per come è oggi fatto, organizzato e orientato. Per questo ci vuole un grande ritorno di partito, di forza organizzata, a tutela dei più deboli, dei disagiati, dei dimenticati. E questo ruolo non è del PD. Nella attuale dissoluzione delle forme attuata dal PD e di cui oggi esso stesso è succube senza possibilità di uscita, la dissoluzione della forma-partito ha minato alla radice la funzione di quel po' di sinistra rimasta, oltre che la sua credibilità e la rappresentatività.

Il termine partito ci costringe a tornare indietro alle sue origini. I nostri avversari si sono preoccupati di incasellare a livello istituzionale la presenza dei partiti. Questo è il loro gioco. Storicamente l'interesse dominante ha avuto la sua forma funzionale di esercizio del potere in quell'altra forma politica figlia della modernità, che si chiama Stato. L'interesse contrapposto, quello dei dominati, l'ha trovata nel partito. Il movimento operaio e comunista, hanno ambedue percorso, con intelligenza, questa strada. Hanno armato il proprio campo, il proletariato delle città e delle campagne, e quindi la classe operaia con i suoi alleati, nella loro civile lotta di classe, di un esercito, che come tutti gli eserciti, prevedeva soldati, truppe combattenti e stato maggiore. E oggi parlare di partito non si può senza tornare con il pensiero a questa origine storica, non per ripeterla ottusamente come pappagalli, ma per superarla, rimanendo di parte, nella pratica quotidiana. Non c'è pensiero politico del futuro senza coscienza storica del passato.

E qui che la sinistra (cioè noi!) deve scuotersi, dare un calcio a sé stessa per come è stata almeno negli ultimi tempi. Poi vediamo che succede: vediamo se basta questo per liberare energie, suscitare volontà, ricreare appartenenze, far esplodere militanza. E siamo gli unici in grado di iniziare questo cammino, pena la scomparsa della sinistra dalla scena politica. Credo che questo rappresenti il terreno su cui lavorare già nell'immediato, ma solo con il pensiero rivolto alla edificazione di un partito della sinistra; e per costruirlo non da soli, e non pensando al PD magari scimmiottandolo. Costruiamo un laboratorio sperimentale pensando in grande. Il terreno è fertile: comitati, gruppi spontanei, collettivi, associazioni, compagni delusi, "cani sciolti", fuorusciti dal PD, dal M5S, cattolici di varie estrazioni, autonomisti ci sono, sparpagliati e confusi (come noi), e non sono pochi; sta a noi, insieme a loro, congegnare uno strumento organizzativo che produca pensiero e azione alternativa all'attuale piattume diffuso per offrirlo a nuovi e vecchi diseredati. Il percorso non è semplice ma dalla nostra Sardegna dobbiamo essere capaci di sperimentare, costruendolo dal basso, un modello e un progetto da riprendere e diffondere a livello nazionale.

Mario Loi

Aprile - Testata Giornalistica Regionale
di Articolo Uno Sardegna