NUOVI POTERI DIGITALI: Scuola occupata

09.05.2022

I nuovi poteri digitali hanno invaso gli spazi pubblici della scuola

 In questi ultimi due anni i poteri del capitalismo digitale hanno invaso gli spazi pubblici della scuola, senza che nessuno abbia opposto la minima resistenza. Le conseguenze potrebbero essere gravi e tornare indietro molto complicato.

 Se ci dovessero dire che dall'oggi al domani tutti gli edifici scolastici devono essere chiusi e che le classi, i laboratori e tutto il personale trasferiti in edifici privati, magari di proprietà di poche persone molto ricche, per le quali pagare affitti salati, beh, sono pronto a scommettere, in molti grideremmo allo scandalo: la scuola è pubblica e non può essere privatizzata.

Adesso torniamo a marzo 2020, quando una pandemia virale ha costretto a chiudere bar, negozi, uffici, cinema, teatri. E scuole. Ci si dovette adattare con la didattica a distanza, cercando di prendere confidenza con strumenti nuovi: telecamere, microfoni, ambienti di videoconferenza, link, lavagne digitali. Col tempo le istituzioni scolastiche sono riuscite a dare un'organizzazione alla scuola virtuale. Così, ad ogni docente, studente e studentessa, al personale amministrativo, è stato associato un profilo istituzionale, le lezioni, i consigli di classe e d'istituto si tenevano sulle piattaforme di videoconferenza, i compiti venivano assegnati, corretti, valutati, all'interno di canali digitali. Ancora oggi, nonostante siano passati due anni dall'inizio dell'emergenza e, fortunatamente, siamo tornati nelle nostre classi a guardarci negli occhi, questi strumenti vengono largamente impiegati.

Le piattaforme utilizzate sono essenzialmente due: G-Suite e Office 365 for Education, di Google e Microsoft, due colossi oggi non solo del mondo digitale ma dell'intero sistema economico mondiale.

Gli spazi della scuola sono stati evidentemente privatizzati, e, attenzione, dato il largo impiego di questi strumenti, in misura piuttosto consistente. Non mi pare vi siano state levate di scudi. Anzi, l'ingresso delle grandi multinazionali digitali negli ambienti scolastici è stato accettato senza la minima resistenza, se non salutato come un fenomeno essenziale per il rinnovamento del mondo della scuola.

Ora, tutto ciò rientra perfettamente nella strategia di normalizzazione del capitalismo digitale: la retorica ammaliatrice dell'innovazione digitale è tale per cui qualsiasi cosa arrivi dalla Silicon Valley coincide con il futuro, con l'inevitabile, con l'ineluttabilità: non può che avere connotati positivi e utili per l'umanità. L'opposizione del pubblico viene ridimensionata come la prevedibile e scellerata riluttanza di sciocchi che si impuntano per resistere al cambiamento, aggrappandosi ad un passato che non potrà più tornare.

Invece ci sono questioni politiche e sociali molto profonde, che abbiamo già avuto modo di evidenziare in questa rubrica negli scorsi numeri di Aprile. [1,2,3]

L'ingresso delle multinazionali digitali nella scuola è infatti naturalmente connesso con la questione dei dati e dell'utilizzo dei dati che queste aziende fanno ai fini della profilazione e del marketing: i dati acquisiti mentre utilizziamo i nostri dispositivi servono a generare informazioni su cosa faremo immediatamente, tra poco e tra molto tempo. Queste informazioni vengono poi vendute per produrre pubblicità mirate e orientare le nostre scelte commerciali e politiche, fino a modificare i nostri comportamenti. [1,3,4]

La diffusione di Google Classroom, che ha riguardato tutti gli ordini e i gradi della scuola italiana, ha consentito a Google di avere accesso persino ai dati di bambini e bambine di 3 anni, la cui intera esistenza, a questo punto, sarà monitorata dal capitalismo della sorveglianza.

Google, interrogata sul tema, sostiene di non utilizzare informazioni dagli utenti nella scuola primaria e secondaria al fine di produrre pubblicità mirata, ma sono diverse le indagini a suo carico, alcune conclusasi con sanzioni: nel 2019 la commissione nazionale francese sulla protezione dei dati (CNIL) ha multato Google per violazione del protocollo GDPR; sempre nel 2019 YouTube ha ricevuto una sanzione di 170 milioni di dollari per l'utilizzo di dati di minori ai fini del marketing; nel 2020 è stata vinta una classaction per 2,5 miliardi di dollari contro l'azienda di Mountain View per aver violato la privacy di bambini di età minore di 13 anni. [5,6]

Di fatto non esistono strumenti di controllo pubblici all'attività di Google e del resto non si spiegherebbe il crescente interesse della finanza per il mondo del digitale nell'universo educativo con i cosiddetti venture capital, investimenti ad alto rischio. Si stima che questi investimenti tra due anni saranno dell'ordine dei 400 miliardi di dollari. [6]

Ammettendo pure che Google non collezioni i dati provenienti dalle scuole, c'è un tema profondo riguardante l'aspetto educativo: il costante utilizzo dei prodotti e dei servizi di Google a scuola, di fatto, abitua al loro utilizzo anche al di fuori. Esistono altre risorse per preparare dei questionari al di fuori dei moduli di Google? Esistono altre risorse per modificare i documenti di testo al di fuori di Google Documenti? Esistono altre risorse per la videoconferenza oltre Google Meet? Esistono altri provider di posta elettronica oltre GMail?

Insomma, se già nella vita di tutti i giorni la tendenza è quella di convergere verso un unico grande attore commerciale dell'offerta digitale (banalmente, se acquisti qualsiasi smartphone Android è necessario un profilo Google), a scuola non si fa che accelerare questo processo.

Non esiste alcun dibattito pubblico sulla questione dei dati, figuriamoci a scuola. E' un paradosso che si presti grande attenzione alla questione della privacy per la diffusione delle informazioni al fine di proteggere i ragazzi da fenomeni come il cyberbullismo, ma nessun interesse per come i loro dati vengano utilizzati da pochissime persone al mondo per arricchirsi e per speculare sui loro comportamenti.

La pandemia ha dato un grande impulso all'utilizzo dei dispositivi e all'utilizzo di risorse digitali, ma con questi all'economia dei colossi economici del digitale, che hanno invaso gli spazi pubblici della scuola: si sono moltiplicati i profili Google, così come le chat Whatsapp. Oltre agli spazi del lavoro ne sono mutati i tempi, con insegnanti sempre operativi e a disposizione delle famiglie e dell'istituzione scolastica. I tradizionali strumenti di confronto e discussione sono stati sostituiti da ambienti virtuali. Ambienti virtuali privati. Rimane da capire per quale motivo non si sia ritenuto ovvio pensare allo sviluppo di una piattaforma pubblica digitale per il mondo della scuola. L'INDIRE, l'istituto Nazionale per la Documentazione, l'Innovazione e la Ricerca Educativa, è stato istituito per offrire strumenti di ricerca e innovazione al mondo della scuola ed è stato il grande assente in questi ultimi due anni, limitandosi a promuovere l'uso delle risorse di Google e Microsft, invece che lavorare a potenziare progetti open source che già offrivano strumenti interessanti, come opendidattica. [7,8]

Non resta che chiedersi se, finita l'emergenza, non sia il caso di porre delle questioni serie sull'occupazione delle grandi coorporation dei big data nella scuola e rivedere alcune scelte fatte negli ultimi anni. Con la paura che sia molto difficile tornare indietro e riguadagnare quel che è stato perso.


Matteo Sestu


[1] https://www.aprilemensile.it/l/nuovi-poteri-digitali2/

[2] https://www.aprilemensile.it/l/nuovi-poteri-digitali3/

[3] https://www.aprilemensile.it/l/nuovi-poteri-digitali/

[4] Il Capitalismo della Sorveglianza, S. Zuboff, Luiss University Press, 2019

[5] https://www.cbsnews.com/news/google-education-spies-on-collects-data-on-millions-of-kids-alleges-lawsuit-new-mexico-attorney-general/

[6] Stockman, C., Nottingham, E. (2022) Surveillance Capitalism in Schools: What's the Problem? Digital Culture & Education, 14 (1), 1-15

[7] https://www.tecnicadellascuola.it/piattaforme-digitali-e-giusto-che-google-spadroneggi

[8] https://opendidattica.org/wordpress/

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di Articolo Uno Sardegna