Nuove dimensioni territoriali

05.08.2021

Urbanizzazione diffusa e diverso uso del territorio

    Una cosa è certa: la crisi pandemica ha posto in risalto il bisogno di territorialità ai vari livelli. E' emersa con forza la necessità di sviluppare la medicina territoriale, di base, diffusa, integrata con i luoghi dell'abitare, senza la quale non è praticabile la medicina preventiva, la salute pubblica e si congestionano le grandi strutture specialistiche.

  Eppure per anni, con caparbietà si è proceduto verso la deterritorializzazione delle strutture sanitarie costruendo mega ospedali concentrando in essi tutte le attività, dalle più specializzate che richiedono grandi attrezzature a quelle quotidiane e ordinarie, diradando, abbandonando i presidi locali diffusi e gli ospedali urbani. Questo movimento strategico di centralizzazione dei servizi nei sistemi metropolitani è stato generalizzato, con l'aumentare delle dimensioni delle strutture di servizio, di produzione, di consumo connesse ai processi di globalizzazione tecnofinanziaria. fondano sulla messa in valore dei propri patrimoni territoriali, ambientali, paesaggistici e culturali.

A fronte di un processo di urbanizzazione globale che appare inarrestabile e irreversibile e che deterritorializza, decontestualizza, degrada e tende sempre più a generare la dissoluzione ipertrofica della città e del territorio, verifichiamo conseguentemente oggi una generale caduta dell'urbano in cui semIl processo di desertificazione dei territori periferici e marginali ha riguardato di conseguenza non solo i servizi sanitari locali, ma anche le banche del territorio, i piccoli uffici postali, i piccoli tribunali, le piccole stazioni e linee ferroviarie minori, le piccole imprese, le piccole aziende agroalimentari, le piccole scuole di paese, e così via.

   Il Coronavirus ha mostrato tutte le falle di questo sistema, in particolare in un territorio in cui il più del 60% dei comuni è sotto i cinquemila abitanti, prevalentemente montani e collinari.

  I grandi flussi produttivi, di consumo e di servizio, interrotti qua e là nelle filiere della macchia di leopardo del virus e dei disastri ambientali hanno mostrato il mal funzionamento e la grande inefficienza dei sistemi funzionali deterritorializzati e oggi si inizia a rivalutare la loro reintegrazione nei sistemi policentrici di piccole e medie città, nelle reti corte di produzione e consumo, in nuove relazioni sinergiche città-campagna, in nuove centralità delle zone interne, in cicli di produzione integrati in territori locali; e a considerare la diversa resilienza e la più alta qualità della vita di questi sistemi territoriali periferici e marginali, investiti da nuove forme di autogoverno che si bra avverarsi la "mort de la ville" preconizzata da Choay nel 1994.

   Questo "regno del post-urbano" (e del postrurale) si è costruito con la rottura delle relazioni coevolutive fra insediamento umano, natura e lavoro che ha caratterizzato, nel bene e nel male, le civilizzazioni precedenti. Il percorso dell'attuale deterritorializzazione senza ritorno, avviato con la recinzione dei commons (e da noi con le "tancas serradas a muru"), procede di pari passo con la mercificazione progressiva dei beni comuni naturali (la Terra, innanzitutto, e poi l'acqua, l'aria, le fonti energetiche naturali, i ghiacciai, il mare, le spiagge, le selve e così via) e territoriali (città e infrastrutture storiche, sistemi agroforestali, paesaggi, opere idrauliche, opifici, impianti energetici, giù giù fino alle reti telematiche).

  Entro questo disegno, deterritorializzazione e mercificazione dei beni comuni, si va compiendo un percorso, da una parte, verso una condizione di urbanizzazione globale (ma non di urbanità) come destino esclusivo dell'umanità sul pianeta, dall'altra (diciamo così) "fuori le mura", verso l'abbandono e l'inselvatichimento di molti spazi aperti, resi inospitali per la vita dell'uomo da degrado, desertificazione, chimizzazione agricola, alluvioni e altre catastrofi non del tutto "naturali" connesse all'uso dissennato dei beni ambientali.

    Se questa urbanizzazione globale non è più la "terra promessa" delle città la cui aria "rendeva liberi", vanno allora ricercate forme di controesodo - di un movimento che, recuperando forme di autogoverno dei beni comuni, inverta la tendenza all'inurbamento forzato puntando di nuovo verso l'urbano come qualità della vita: accrescendo la resistenza dei luoghi periferici e marginali alla loro definitiva colonizzazione e favorendo il loro ripopolamento con nuove e vecchie figure professionali alleate con cittadini consapevoli, per la costruzione di una nuova civilizzazione urbana e rurale.

    Il controesodo è un "ritorno al territorio" come bene comune - alla terra, all'urbanità delle città e dei paesi, ai sistemi socioeconomici locali per disseppellire luoghi e ritrovare la misura umana dell'abitare il pianeta. Il che significa ricostruire relazioni sinergiche fra insediamento umano e ambiente; favorire la crescita di "coscienza di luogo" (parallela, non sostitutiva della "coscienza di classe"), ovvero la capacità della cittadinanza attiva di sviluppare, a partire da vertenze specifiche (sovente chiuse, difensive, frammentarie, episodiche) saperi e forme relazionali aperte, di autogoverno per la cura dei luoghi, in primis dei fattori riproduttivi della vita; promuovere nuovi stili conviviali e sobri dell'abitare e del produrre; valorizzare le forme in atto di mobilitazione sociale, le reti civiche e le forme di autogestione dei beni comuni territoriali e ambientali, per produrre ricchezza durevole in ogni luogo attraverso una conversione ecologica e territorialista dell'economia e la costruzione di reti solidali per una "globalizzazione dal basso". Questo presuppone naturalmente che il progetto di vita o, meglio, i progetti locali di futuro delle comunità umane siano riposizionati sulle gambe della riconquistata e democratica sovranità degli abitanti di un luogo sui propri beni patrimoniali: naturali, e soprattutto territoriali, questi ultimi ricompresi e riqualificati in quanto prodotti storici dell'azione umana di domesticazione e fecondazione della natura. Tra essi, il territorio rappresenta un costrutto nodale, che bisogna ricostruire per poterlo reintegrare come polarità organica di nuovi ecosistemi.

Mario Loi
Aprile - Testata Giornalistica Regionale
di Articolo Uno Sardegna