No al numero chiuso alla facoltà di Medicina

16.10.2021

Lo richiedono motivazioni di tipo tecnico, professionale e politico 
 

Il dibattito di questi mesi intorno alla crisi del SSN pone in evidenza diverse e molteplici motivazioni, di tipo tecnico, di tipo politico, di tipo professionale, che richiamano altrettante responsabilità di attori sociali specifici, ai quali porre specifici richiami e indicare specifiche soluzioni. Noi cercheremo di addentrarci in queste specifiche questioni, compiendo una analisi critica dei problemi, ipotizzando soluzioni percorribili, dettando agende di priorità alla luce della nostra visione del mondo e, in questo caso, della sanità italiana.

Oggi ci occuperemo del numero chiuso per entrare nella facoltà di medicina, che ci appare drammaticamente attuale e prioritario sulla base della conclamata e grave carenza di medici in grado di operare dentro le strutture del SSN. Le gravi carenze d'organico stanno destabilizzando servizi sanitari consolidati e funzionanti, col risultato che in diverse regioni non si trovano medici di famiglia per coprire le zone carenti e specialisti per rimpiazzare gli esodi dalle corsie ospedaliere.

In Sardegna questo fenomeno è particolarmente grave, tanto che molti comuni sono del tutto privi di assistenza sanitaria di base ed i cittadini sono costretti a decine di chilometri di spostamenti per raggiungere uno studio medico di medicina di famiglia o di pediatria di base. Il risultato finale è che i tempi d'attesa sono moltiplicati e gli standard assistenziali precipitano. I medici (quelli rimasti ci verrebbe da dire) stanno resistendo stoicamente dentro la trincea del SSN devastata dalla pandemia, ma sembra che la politica continui a sottovalutare il grido di dolore che arriva dalla gente e dai professionisti. In realtà tutto questo era stato ampiamente e precocemente dichiarato da chi studiava questi fenomeni (Sindacati medici, società scientifiche, Associazioni dei cittadini) fin dall'inizio degli anni 2000, quando era facile prevedere l'esodo pensionistico di migliaia di medici proprio intorno al 2020, anche solo per ragioni anagrafiche.

Eppure basterebbe fare un ragionamento del tutto matematico, logica alla quale chi ha governato sembrerebbe estraneo: sarebbe bastato aprire la Facoltà di medicina, renderne libero l'accesso per un periodo ragionevole e aumentare in modo ampio l'accesso alle scuole di specializzazione e oggi non saremmo a questo punto. Peraltro non ci sfuggono i ragionamenti dei detrattori dell'accesso libero a Medicina.

1. A chi parla di scadimento della qualità noi rispondiamo che la selezione dei meritevoli va fatta lungo il percorso di studio, anche severamente, senza impedire a priori l'accesso di chi voglia diventare un buon medico al percorso di studio. 

2. Il test di ammissione poi è a tratti ridicolo, non avendo nulla a che fare con il percorso formativo dei medici, ma rivelandosi molto spesso un test invalicabile anche per chi è già laureato e svelando così la propria natura punitiva e non selettiva per il merito.

3. Il rigido rispetto del rapporto fabbisogno/laureati (domanda/offerta) non facilita la concorrenza professionale, anzi. La presenza dei soli medici necessari dentro il Sistema, lo rende vulnerabile e del tutto dipendente dalla volontà di quei medici e di chi li rappresenta. Un esempio classico è dato dal massiccio esodo di molti di essi, in questi tempi di scarso turn over, verso la libera professione pura, cosa che costringe i cittadini all'esborso di somme ragguardevoli per ottenere nei tempi necessari le prestazioni sanitarie. Ecco perché stanno fiorendo in ogni dove e in modo impressionante innumerevoli Centri privati per la salute.

4. Il costo della liberalizzazione d'accesso non sarebbe ragguardevole, anzi. Esso riguarderebbe principalmente i primi anni di accesso al corso di laurea, dato che la selezione didattica sarebbe continua nel tempo (cosa che oggi non avviene se non di rado, per cui tutti - o quasi - gli iscritti al corso di laurea diventano medici) e sarebbe contenuto dall'aumento non delle cattedre, ma soprattutto del numero di studenti per corso. E non si dica che aumentando il numero degli studenti per corso scade la qualità dell'insegnamento: noi medici sessantacinquenni siamo quelli che sono andati in pensione in questi ultimi 2 anni e siamo anche quelli che, laureati negli anni 80, hanno fatto la storia professionale del SSN attuale, garantendone lo sviluppo e la tenuta, credo con buona qualità e con buon apprezzamento. Infine una valutazione seria va fatta sulle scuole di specializzazione. Anche qui, se è necessario che i medici si laureino e si specializzino per lavorare nel SSN, allora è altrettanto necessario che si affronti il problema che abbiamo davanti (la carenza di medici specializzati) con una logica emergenziale, come la situazione impone. Se vogliamo immettere da subito forze fresche nel SSN, dobbiamo, da subito, prevedere che la grande maggioranza di essi possa da subito accedere ai corsi di specializzazione.

E dato che tutte le misure necessarie, per gli ovvi motivi legati al tempo dei corsi di studio, potranno produrre i propri effetti solamente fra circa 6 anni, noi già da subito facciamo un appello forte alla politica che ne ha la responsabilità e indichiamo le soluzioni possibili e necessarie:

1. liberalizzare l'accesso a Medicina per i prossimi 10 anni;

2. Garantire l'accesso di coloro che ancora non sono specializzati alle borse di studio da subito; 

3. Prevedere corsi di specializzazione più corti nel tempo, concentrando i programmi e la durata del corso di studi medesimo;

4. Finanziare in modo adeguato le azioni sul corso di laurea e sul corso delle specializzazioni, usando in modo ampio i fondi del Recovery Found. Forse in questo modo riusciremo a salvare il SSN. Poi si potrà anche pensare a tutte le altre riforme necessarie, sulle quali siamo pronti a confrontarci e sulle quali nei prossimi numeri del giornale torneremo. Ma se non ci saranno medici e operatori sanitari disponibili, questo SSN universalistico e solidaristico morirà e con esso morirà una delle più grandi conquiste civili del nostro Paese. E allora si rimpiangeranno i tempi in cui si diventava medici per scelta libera, senza sbarramento d'ingresso ma con corsi di laurea difficili e selettivi, quei medici che hanno contribuito a fare del nostro Servizio Sanitario uno dei migliori al mondo. Era il 1978. Erano i tempi delle grandi idee di civiltà sanitaria. Appunto.

Bruno Palmas Presidente regionale TDMe

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di Articolo Uno Sardegna