Nel 2016 fu una disfatta

11.11.2021
Dopo cinque anni tornano a sinistra molti Comuni

Tra i due "Matteo", il più malconcio che esce dalle amministrative parrebbe essere Salvini, ma chi torna indietro con la memoria a cinque anni fa, non può non ricordare il clima con il quale si votò per le amministrative nella primavera 2016. Matteo Renzi era segretario - padrone del PD, presidente del Consiglio dei Ministri, e vantava il 41% ottenuto alle europee del 2014 come un lasciapassare per qualsiasi impresa politica, anche la più spregiudicata. Eppure già nel 2014 le elezioni in Emilia Romagna avevano segnalato un malessere, quando nella regione più rossa d'Italia vota il 37% dei cittadini e Bonaccini viene eletto con 500 mila voti, mentre Vasco Errani ne prese 1,2 milioni, solo uno sciocco poteva non vedere che stava montando una protesta profonda nel paese. Lo sciocco infatti commentò che l'astensionismo non era importante, in quanto comunque il suo Bonaccini aveva vinto. Nel 2015 le elezioni amministrative segnarono una nuova sconfitta del PD e del centrosinistra anche in Comuni storicamente di sinistra dalla fine della seconda guerra mondiale (Genova!). Ma il vero disastro fu nel 2016, anche laddove il centrosinistra aveva governato bene, ad esempio con Fassino a Torino, i quartieri popolari votarono in massa contro Renzi. Il governo nazionale era l'obiettivo da colpire e gli elettori lo fecero con la matita nell'urna. Su 120 capoluoghi di provincia il centro sinistra ne amministrava 90, dopo il 2016 divennero 45, dimezzati! Ormai la valanga che rifiutava l'arroganza renziana, la supponenza, le decine di provvedimenti irricevibili (jobs act, buona scuola, riforma della cassa integrazione, ecc.) e la cialtroneria del personaggio politico Renzi, che offendeva i lavoratori che lo avevano votato andando a braccetto coi poteri che di lì a poco lo avrebbero scaricato, stava trasformando ogni elezione in un bagno di sangue per il centrosinistra. Nel dicembre 2016 è arrivato lo tzunami del referendum costituzionale, subito minimizzato dagli yesmen's, che poi ha portato nel marzo 2018 alla peggiore disfatta della sinistra in Italia dopo il 1948. Ho fatto questa lunga premessa per dire che è bastato che un segretario "normale", come Letta, sedesse alla guida del Pd e un "capo politico" anch'esso "normale" come Conte, guidasse quella gabbia di matti del gruppo dirigente 5 stelle, per cambiare completamente il quadro politico. Quella che doveva essere un'avanzata micidiale della Lega e di Fratelli d'Italia (che i sondaggi davano uniti oltre il 40%) e che aggiunto a quel che resta di Forza Italia e dei centristi avrebbe portato il destra-centro quasi al 50% dei voti, anzichè vincere ovunque a mani basse ha portato a una sconfitta cocente seppure in un quadro di bassissima affluenza. La strada è segnata, bisogna costruire e radicare un'alternativa di governo credibile e le elezioni politiche del 2023 non saranno un copione già scritto con protagonisti i sovranisti. Anche in Sardegna è importante avviare da subito una discussione franca e costruttiva con le varie sigle della sinistra, con il Movimento 5 stelle, il Pd evitando che il centrosinistra vada in frantumi e che si crei una palude al centro dello schieramento con le ali estreme tagliate fuori. Da un lato il PD alleato con il PsdAz, l'Udc e i Riformatori, ed ai due estremi da un lato la Lega e Fratelli d'Italia, e dall'altro lato le forze di sinistra ed i 5 stelle. Se qualcuno ha in mente questo schema di gioco per le prossime regionali, evidentemente ha sottovalutato una questione fondamentale: le regionali non sono minimamente paragonabili ad una tornata elettorale comunale, anche se fosse il Comune più importante dell'isola! Le Regionali sono un voto politico e sarà tutta un'altra storia.

Pasquale Lubinu

Aprile - Testata Giornalistica Regionale
di Articolo Uno Sardegna