Modernità in crisi

16.10.2021

Per un ritorno al senso comune diffuso

Non solo per effetto della pandemia, ma è già da un pezzo che viene dato fiato alle trombe per raccontarci che il capitalismo, dipinto come unica forma di civiltà possibile, si trova in condizioni di stagnazione. E' per questo che l'attuale capitalismo mondializzato continua a pungolare gli animali da soma che siamo per imporci di continuare a correre per quella crescita senza la quale non c'è progresso. Eppure essa comincia ad assumere i contorni di un miraggio impossibile. Davanti a un affievolirsi della consunta parola "sviluppo", dell'affiorare nel nostrano, tutto sardo senso comune, essa non è in condizioni neppure di ascoltare le domande divenute ormai completamente estranee alla mentalità "moderna".

La temporalità, il modo di sentire il tempo comune è, qui da noi, di nuovo in trasformazione. Il tempo "industriale", quello scandito dall'orologio e dalle sirene della grande fabbrica, aveva appena finito di insinuarsi nella nostra anima sarda, che già un altro tempo, quello informatico lo scalza e apre nuove dimensioni del divenire e del sentire.

Alla sostanzializzazione del tempo come movimento irreversibile in avanti, come fronte che uniformemente avanza perché non completamente dispiegato, si sostituisce, oggi più di prima, la consapevolezza sulla sua natura convenzionale. Appaiono allora quelle nuove libertà comuni che si mostrano ogni volta che si tratta di stipulare convenzioni.

In altri termini non v'è un tempo unico (ce l'ha spiegato anche Einstein) ma una molteplicità di tempi; e alcuni sono, sfortunatamente, incompatibili. Le diverse temporalità hanno, per così dire, pari dignità dal momento che sono tutte concretamente esperibili. Siamo arrivati là dove si può far valere l'epoca nella quale vivere, si può far valere il proprio tempo.

Questa nuova mentalità, sempre presente negli interstizi della cultura occidentale, trova un potente veicolo di diffusione negli stessi processi produttivi che, usando il "sapere" tecnico-scientifico, riducono il lavoro a esecuzione automatica di un calcolo matematico.

Quando la conoscenza scientifica diviene, senza alcuna mediazione, attività produttiva, il progresso è sì interamente dispiegato, ma non vi è più un passato da cui si viene né un futuro verso cui si va. E' allora quasi ridicolo qualunque tentativo del nostrano ceto politico di acchiappare per la coda la civiltà industriale quando essa è arrivata si suoi ultimi orizzonti e il "postmoderno" subentra al moderno nell'opinione comune.

La Sardegna è già oltre il rapporto di fabbrica: essa ha fatto un salto dalla civiltà urbana rurale a una civiltà strutturata sull'attività terziaria, un salto che probabilmente non ha precedenti storici ed è raro trovare avendo, peraltro, solo marginalmente (e negativamente) fruito di "fattori modernizzanti" che conseguono a quei processi di industrializzazione.

Quel salto d'epoca che ha modificato l'antico senso comune per far largo alla mentalità contemporanea, si è compiuto senza partecipazione popolare diretta - se non nella forma per la quale ogni vittima è complice dei suoi carnefici.

Nel subire la perdita dell'originario senso comune, nel dileguarsi di condotte millenarie, nell'oblio dove giacciono, cadute, antiche parole, in breve nella rimozione collettiva delle nostre lingue originali sta la ragione della sofferenza del nostro spirito comune, sofferenza simbolico-intellettiva prima ancora che etico-politica.

Così l'accidia - definita da papa Gregorio Magno alla fine del 500 sesto vizio capitale che fa coppia con tristezza, "il più instabile dei vizi capitali" - governa l'umore del sardo medio e secerne quell'aria di sradicamento sedentario che si vive nei nostri territori: emozione tanto più lacerante quanto più essa è sentita seppure immersa in paesaggi incantevoli spesso rimasti intatti nel corso dei secoli.

Oggi, per molti aspetti, qui da noi più che altrove, il lascito sapienziale dei morti sopravvive nel privilegio accordato al legame amicale - qui un luogo comune e solidale riesce a farsi valere e riaffiora alla coscienza come forma di difesa di una autonomia spirituale perduta. La memoria di abitudini non mercatili, la rivisitazione di pratiche di democrazia "spontanea" e di varie forme antiche di solidarietà, pratiche che vengono dal mondo agropastorale premoderno ma che sotterraneamente sono sopravvissute anche nella modernità fino a lambire i nostri giorni riemergendo improvvisamente e diffusamente (es. i recenti episodi di "paradura" a fronte dei danni prodotti dagli incendi di luglio) vuol dire porsi in assonanza con il nostro vero senso comune; non pensiamo infatti a una qualche più o meno nuova "dottrina politica" ma a tradizioni secolari intimamente e spesso inconsapevolmente vissute. Aprirsi al passato, all'esperienza narrata, non comporta automaticamente consegnarsi alla noia della ripetizione e dello scimmiottamento perché, come ricorda Mario Alcaro, se c'è qualcosa che gli uomini reinventano senza sosta è il proprio passato, l'interpretazione collettiva del passato.

Se la crisi della nostra identità (qualcuno parlerebbe di "sardità") proviene da una privazione di memoria collettiva e non solo di economia, occorre farvi fronte registrandone la perdita e rovesciando la sua riduzione in una occasione di recupero e non di rimozione definitiva. L'opera di rievocazione diventa condizione di possibilità per il risarcimento del nostro spirito comune.

E per far ciò occorre registrare nella nostra coscienza la condizione di mutilazione in cui versa la memoria collettiva. Infatti l'osservazione dei sentimenti dei nostri pastori, contadini, artigiani, pescatori ... rivela forme di socialità che assumono una inaspettata attualità grazie anche alla crisi della mentalità moderna.

Ricordare la molteplicità delle identità locali scomparse, rievocare le lingue che dormono latenti nella memoria collettiva, attualizzare tecniche e saperi premoderni può diventare questo il modo, una strada da percorrere, per quanto improbabile possa apparire, di aprirsi al divenire, alle nuove libertà civili che l'esaurirsi dell'epoca cosiddetta moderna ha reso, suo malgrado, possibili e praticabili.

Forse in tutto questo si nascondono diverse modalità e possibilità per una intelligente azione politica di una sinistra che non predichi socialità quasi unicamente nelle "sedi opportune".

Ma torneremo su queste questioni se ci sarà tempo, spazio e voglia.

Mario Loi

Aprile - Testata Giornalistica Regionale
di Articolo Uno Sardegna