Mario Draghi

07.03.2022

Brevi note per l'identificazione di un capo del Governo 


Trent'anni fa, era il 2 giugno 1992, e l'allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi non trovava di meglio da fare per celebrare solennemente la festa dalla Repubblica che pronunciare un discorso a bordo del panfilo Britannia di proprietà della regina Elisabetta sostenendo ("visto che non c'è una Thatcher ... in Italia" - sono parole sue!) le ragioni tecniche della necessità delle privatizzazioni. 

Iniziava il discorso dichiarando che "alcuni progressi sono stati fatti, nel promuovere la vendita di alcune banche possedute dallo Stato ad altre istituzioni cripto-pubbliche ... Ma, per quanto riguarda le vendite reali delle maggiori aziende pubbliche al settore privato, è stato fatto poco. Non deve sorprendere, perché un'ampia privatizzazione è una grande - direi straordinaria - decisione politica, che scuote le fondamenta dell'ordine socio-economico, riscrive confini tra pubblico e privato che non sono stati messi in discussione per quasi cinquant'anni, induce un ampio processo di deregolamentazione, indebolisce un sistema economico in cui i sussidi alle famiglie e alle imprese hanno ancora un ruolo importante. In altre parole, la decisione sulla privatizzazione è un'importante decisione politica che va oltre le decisioni sui singoli enti da privatizzare. Pertanto, può essere presa solo da un esecutivo che ha ricevuto un mandato preciso e stabile" (che ha avuto il 13.02.2021 - data di investitura dell'attuale governo). 

Ma seguiamo ancora il discorso del 1992. Dice Draghi: "L'implicazione politica è che dovremmo vedere le privatizzazioni come un'opportunità per approvare leggi e generare cambiamenti istituzionali per potenziare l'efficienza e le dimensioni dei nostri mercati finanziari. [...] Tuttavia, consideriamo questo processo - privatizzazione accompagnata da deregolamentazione - inevitabile perché innescato dall'aumento dell'integrazione europea. L'Italia può promuoverlo da sé, oppure essere obbligata dalla legislazione europea. Noi preferiamo la prima strada". E infine: "Lasciatemi concludere spiegando, nella visione del Tesoro, la principale ragione tecnica ... per cui questo processo decollerà. La ragione è questa: i mercati vedono le privatizzazioni in Italia come la cartina di tornasole della dipendenza del nostro governo dai mercati stessi, dal loro buon funzionamento come principale strada per riportare la crescita". Tutti questi "principi" sono stati ampiamente ribaditi successivamente "perché oggi la politica economica è più pragmatica e i leader che la dirigono possono usare maggiore discrezionalità" (intervento di Draghi al 41° meeting di Rimini, 18 agosto 2020). Ciò non è sfuggito a Paolo Maddalena (ex vicepresidente Emerito della Corte Costituzionale) che ha osservato come "la violazione della costituzione da parte del governo Draghi è arrivata a un punto di assoluta insostenibilità", d'altro canto "se oggi si ritiene che perseguire le leggi di mercato ... sia un atto legittimo significa non aver capito che su tutto dominano i principi e le forme istituzionali" (7 ottobre 2021). 

La tecnica non è mai neutrale (lo ha ricordato anche Landini in occasione dello sciopero generale del 16 dicembre scorso) e che dunque i "tecnici" al governo in realtà esprimono (come hanno sempre espresso) specifiche istanze non suffragate dall'esito della normale dialettica partitica alla base di qualunque "sana democrazia liberale". Oggi ciò significa che essi rappresentano un sintomo del fallimento della politica e della conseguente crisi delle istituzioni repubblicane. 

Basta tener presente che dal 2013 al 2021 si sono avvicendati ben sette presidenti del consiglio (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1, Conte 2, Draghi) di cui ben cinque non eletti (Monti, Renzi, Conte 1, Conte 2 e Draghi) e che i governi che, nel bene e (soprattutto) nel male, hanno operato le scelte più importanti e che hanno pesantemente inciso sul terreno economico-sociale sono proprio quelli presieduti da questi ultimi. 

E' in questo clima che si inserisce Draghi il salvatore, sincero e trasparente sostenitore del famoso TINA (There Is No Alternative) di thatcheriana memoria, cioè della convinzione che la politica non abbia nessuna possibilità di uscire dal binario unico tracciato dal mercato. In questo senso il suo approdo a presidente del consiglio (e, per nostra fortuna, non ai sette anni di Quirinale) marca simbolicamente il tardivo culmine di questa interminabile stagione neoliberista. Lo vediamo quasi tutti i giorni, è l'esaurimento della democrazia, e lo ha compreso quella abbondante metà degli italiani che ha smesso di andare a votare, prendendo atto della completa inutilità di quello che appare come un rito di una religione che non esiste più. Ricordiamo che la carica di direttore generale del Tesoro, che Draghi ha ricoperto dal 1991 al 2001 e da cui ha diretto la Commissione nazionale per le privatizzazioni (tanto per cambiare!), gli ha consentito di promuovere il TUF (Testo Unico delle Finanza - decreto legislativo n° 58 del 24.02.1998) che è la base della privatizzazione agevolata delle maggiori imprese pubbliche italiane come Autostrade, Finmeccanica, Telecom Italia, Banco di Napoli, Banca Nazionale del Lavoro, Eni, Tirrenia, etc.. A questo proposito rammentiamo che la Corte dei Conti ha riconosciuto come tale intervento è stato condotto arrecando un forte dimensionamento dei potenziali guadagni che la vendita di tali Enti avrebbero potuto garantire all'erario italiano (delibera 19/2012/G). In aggiunta a ciò è certamente controverso il fatto che l'incarico di vicedirettore e amministratore della banca di investimenti americana Goldman Sachs, ricoperto da Draghi dal 2002 al 2005 per guidarne le strategie europee dalla sede di Londra, ha gettato ombre riguardo a un potenziale conflitto di interessi. 

Dopo essere stato presidente di Bankitalia dal 2006 al 2011, viene nominato governatore della Banca Centrale Europea in una fase cruciale per l'Eurozona. Utilizzando in criterio secondo cui "le dinamiche inflattive precedono quelle monetarie" Draghi agisce abbassando subito il tasso di interesse fissato dalla banca centrale. A capo della BCE egli sembra dunque abbracciare una linea da alcuni definita keynesiana, cioè tesa all'espansione, all'abbattimento dei tassi di interesse e a una erogazione di liquidità per governi, banche e imprese. Negli anni 2011-2012 vengono quindi varati i piani di rifinanziamento a lungo termine che favoriscono la stabilizzazione del sistema finanziario ottenuto a seguito del suo famoso discorso tenuto a Londra il 26 luglio 2012 alla Global Investiment Conference (conosciuto per la frase "Whatever it takes" tradotto con "costi quel che costi" o anche "tutto ciò che è necessario") e qui - come denunciato da Varoufakis in suo recente libro - rammentiamo che, nel corso della crisi greca, fu proprio lui a minacciare l'interruzione di erogazione di liquidità alle banche per indurre forzosamente il governo Tsipras ad approvare le riforme di austerità di rientro dal debito attraverso il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) di allora. 

Ma dalle terre elleniche torniamo a casa nostra per trovare Draghi che attraverso la BCE minaccia di cessare l'acquisto dei titoli di Stato che fino a quel momento avevano dato ossigeno all'Italia e costringe il già poco credibile e grottesco esecutivo Berlusconi a rassegnare le proprie dimissioni a favore di Monti per mezzo della "creazione artificiale di uno stato emergenziale dalle tonalità simili a quello che ha determinato l'insediamento dell'attuale governo tecnico" (R. D'Orsi).

 Abbiamo anche assistito, nel 2020, a un momento in cui è sembrato si fossero diffuse nell'opinione pubblica aspettative di mutamento, con l'ampliamento del margine di un possibile consenso a politiche di redistribuzione della ricchezza, di ripensamento del "pubblico" e di uno sviluppo delle istituzioni del welfare e della cura come basi fondamentali del vivere comune, quindi oltre le logiche del management neoliberista. 

La debolezza del governo Conte 2 è stata quella di non aver recepito e dato forza a queste istanze. Si è limitato, nella vertigine dell'emergenza, a interventi di contenimento della crisi, con misure di sostegno frammentarie, capaci di "prendere tempo" senza approfittare dei nuovi margini di bilancio per riorganizzare il sistema della protezione sociale.

 E' bastato così poco per determinare la mobilitazione dei gruppi di potere - Confindustria, banche e simili, con l'ausilio della grancassa dei media - per scongiurare anche solo la minaccia che un dibattito pubblico potesse essere animato dal lessico del cambiamento. Il solito e ormai ridicolo Renzi si è fatto subito interprete di queste istanze conservatrici con l'illusoria pretesa di pensare di potersi candidare alla loro rappresentanza. 

Con lo scioglimento del broglio della crisi di governo e la nomina di Draghi, si compie dunque un tragitto che va interpretato per quello che è: insieme al commissariamento del parlamento emerge l'esplicito intento di ricomporre un blocco di potere stabile. 

Ricordiamo ancora che nel suo recente discorso di investitura al senato del 17.02.2021 il neo-presidente annuncia la riforma fiscale perché essa "segna in ogni paese un passaggio decisivo. Indica priorità, dà certezze, è l'architrave della politica di bilancio". Di qui il noto scandalo: Carlo Clericetti svela dal suo blog che quasi tutta la parte riguardante la riforma fiscale era il frutto di un "copia e incolla" di un articolo dell'ultraliberista Francesco Giavazzi (suo vecchio amico, sostenitore dell'"austerità espansiva" e oggi consigliere economico dell'attuale governo in opposizione a Mariana Mazzucato consulente del "Conte 2") apparso sul Corriere della sera il 30 giugno dell'anno precedente. Nonostante questa clamorosa notizia il governo ha messo abbondantemente in pratica le indicazioni presenti nel discorso di Draghi-Giavazzi, frutto di quello che è stato definito "il governo dei migliori" che sono puntualmente arrivate con le legge approvata il 30 dicembre scorso. 

E' noto che contro questa riforma si sono schierate la CGIL e la UIL perché "premia le fasce di reddito superiori ai 40.000 euro, dedicando alle altre benefici irrisori in termini assoluti e relativi", evidenziando che "il Governo spreca l'opportunità di investire su una seria riforma del fisco dando tanto a chi ha già tanto e poche briciole a chi stenta ad arrivare a fine mese". 

Che dire? E' chiaro che il vero comando è nel circolo relazionale-sistemico di produzione-mercato-consumo, un corpo senza testa, che però proprio per questo ha bisogno della protesi di una personalizzazione del capo, dell'immagine del condottiero attraverso il meccanismo di democrazie sempre più demagogicopopuliste. I grandi mostri non sono stati detronizzati, sono stati secolarizzati nelle funzioni di comando dei Fondi monetari internazionali, delle Banche centrali, e giù giù fino alle Agenzie di rating e infine dei nuovi grandi monopoli della comunicazione mediatica che fanno riproduzione allargata di tutto questo. E, purtroppo, non c'è più popolo, quello vero, quello serio, strutturato in classi, popolo politico e antagonistico socialmente. In impercettibile parte fatto salire sull'ascensore sociale, in massima parte fatto precipitare giù giù dalle scale fino a cadere nel plebeismo. Al posto del popolo politico è rimasto il populismo antipolitico. La classica dialettica che abbiamo conosciuto e praticato, di consenso e di conflitto, governanti/governati, è stata ridotta da realtà di lotta a virtualità di parola. E, anche qui, nostro malgrado, siamo tutti nella stessa barca come spesso ci viene detto e predicato. I governi politici sono essi stessi economicamente governati, o più esplicitamente, sono governi tecnici (o anche di "salvezza nazionale", che fa più "audience"). E i cittadini chiamati sovrani lo saranno sempre meno ma saranno sempre più chiamati a eleggere tecnici di sistema, esperti manutentori della macchina, funzionari della moneta, amministratori esperti del condominio-paese e poi, nel sabato del villaggio delle elezioni a plebiscitare qualche ciarlatano venditore del mercato delle pulci. 

E' già qualcosa oggi riuscire a salvare quel che rimane della nostra dignità e intelligenza critica, e la speranza - auguriamoci non sia solo quella - di un mondo migliore per i nostri figli; dobbiamo liberarci almeno mentalmente della soggezione alle leggi di mercato sostenute dalla pseudo-scienza assurta a nuovo dogma globale. 

E per comprendere le ragioni dell'attuale implosione socio-economica dobbiamo riabilitare quella concezione di vita che considera il capitalismo come rapporto sociale: una visione del mondo incarnata nel rapporto tra denaro e lavoro mirato solo alla creazione di plusvalore, merce, profitto nelle loro varie forme e che per tenersi artificialmente in vita sa di dover passare alle maniere forti. Il principale compito della mia generazione - ormai al tramonto e in via di estinzione - e soprattutto delle nuove e future generazioni non asservite (se ci saranno) sarà quello di ridefinire il rapporto tra lavoro, comunità e ricchezza sociale oltre la sua accezione capitalistica. Ma perché ciò accada dovremo trovare il coraggio e la convinzione di resistere all'attuale deriva autoritaria legittimata dal "capitalismo emergenziale".

Mario Loi - 08.02.2022


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