La ripartenza dei musei

05.07.2021

Tra irrilevanza e welfare sociale

Il dibattito culturale dell'ultimo anno è stato caratterizzato dall'interruzione delle produzioni di arte e cultura che in ragione delle chiusure adottate in difesa dalla pandemia da SARS CoV-2 ha privato i cittadini di un'offerta culturale sino ad allora data per scontata e mai posta in stato di arresto. 

Lo stravolgimento della libera fruizione dell'arte e della cultura ha creato in questi mesi un'inedita esperienza di straniamento, che alcuni autori provenienti dalle scienze sociali (come evidenziato da Federico Boni in un volume di prossima uscita, Pubblici in esilio. Il consumo delle arti al tempo della pandemia, Mimesis, 2021) hanno definito come uno dei più grandi esperimenti sociologici dell'era moderna in ambito globale. L'esperienza è a tutti nota, sono stati mantenuti in ampia misura aperti i luoghi dove veniamo abituati al consumo di merci, mentre si sono chiusi, con grande arrendevolezza da parte di chi veniva silenziato, i luoghi deputati alla produzione culturale e allo sviluppo del pensiero critico, come biblioteche, musei e teatri. 

Come si è giunti a un tale sradicamento sociale e mediatico dei musei? Dagli anni Novanta in poi i musei di arte contemporanea hanno intrapreso un percorso verso una logica di intrattenimento finalizzata a offrire un'esperienza sempre più avvolgente e persuasiva, rivolta alla produzione di biglietti di ingresso e a un'immediatezza di consumo per tutti, rincorrendo strategie di marketing, promozione turistica e auto sostenibilità finanziaria. Il moltiplicarsi di mostre costruite al fine di intercettare grandi numeri, spesso pensate altrove rispetto ai territori di riferimento e da altrove veicolate, ha contribuito a creare una percezione non identitaria dei musei, come fossero dei cinema multisala, da frequentare sì, ma senza percepire un loro radicamento comunitario. E dunque da non troppo rimpiangere qualora vengano chiusi, privi come sono della capacità di interpretare la storia culturale dello specifico luogo di appartenenza. 

Probabilmente è l'onda lunga di questa visione all'origine di ciò che tra il 2020 e il 2021 ha consentito la chiusura dei musei nel silenzio dell'opinione pubblica, tramite un gesto governativo che ha di fatto esiliato i pubblici dell'arte dai luoghi di fruizione della stessa, manifestando con piena evidenza l'irrilevanza dei musei nel tessuto sociale contemporaneo. In questa metà del 2021, i musei in Italia e in Europa ripartono, coltivando tutti un'eredità e una consapevolezza digitale che non è mai stata così forte. 

Mostre, conferenze, talk e performance si sono susseguite online in modo incessante nell'ultimo anno, istituendo un'agenda digitale che si è imposta come prioritaria e necessaria per salvaguardare uno sguardo reciproco tra il museo e il pubblico. Ma il digitale difficilmente potrà bastare a rilanciare i musei, rendendoli più forti e radicati nelle proprie comunità. Forse, ed è la proposta del MAN di questi ultimi tre anni, occorre rafforzare un rapporto di ricerca tra il museo e il territorio, in cui storie e racconti del passato e del presente convergano mediante il lavoro degli artisti a offrire al pubblico nuovo strumenti di consapevolezza e cittadinanza. 

Nella volontà di riscoprire il proprio universo geografico, il MAN ha avviato dal 2018 un progetto di residenzialità artistica, in stretta collaborazione con la Fondazione Sardegna Film Commission, per ospitare giovani artisti africani in Sardegna e far loro interpretare prossimità e distanze del continente africano con il mondo del Mediterraneo insulare italiano. Il museo ha poi ulteriormente allargato il proprio sguardo verso le sponde medio-orientali del Mediterraneo, coinvolgendo artisti come Dor Guez e Maliheh Afnan, di cui, tra committenza di nuove opere e riscoperte, il MAN ha fatto conoscere il lavoro e il pensiero. 

L'istituzione ha inoltre portato per la prima volta all'attenzione del grande pubblico gli archivi fotografici di alcuni maestri internazionali della fotografia italiana, di cui si ignorava il lavoro in Sardegna, e da cui sono nate le mostre, completamente inedite, di Guido Guidi e Lisetta Carmi. Si è poi ripensata la narrazione del novecento artistico sardo, riscoprendo (e restaurando) Anna Marongiu e le sue opere conservate nei musei di Londra, così come il lavoro di EdinaAltara e Vittorio Accornero e quello dei grandi illustratori sardi protagonisti del mondo editoriale italiano del XX secolo, da Beppe Porcheddu a Giovanni Manca, da Enrico Gianeri a Tarquinio Sini. La convinzione è che il compito di un museo di arte contemporanea sia suscitare vocazioni nei suoi spettatori, generando welfare culturale a tutti accessibile, senza rinunciare alla complessità e aprendo le strade verso quel modo speciale di pensare che sa essere l'arte in tutte le sue forme.

Lo stravolgimento della libera fruizione dell'arte e della cultura ha creato in questi mesi un'inedita esperienza di straniamento, che alcuni autori provenienti dalle scienze sociali (come evidenziato da Federico Boni in un volume di prossima uscita, Pubblici in esilio. Il consumo delle arti al tempo della pandemia, Mimesis, 2021) hanno definito come uno dei più grandi esperimenti sociologici dell'era moderna in ambito globale.

Luigi Fassi

Direttore Museo MAN Nuoro

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di Articolo Uno Sardegna