La questione del partito e il ruolo della sinistra

03.04.2022

Nell'attuale situazione politica è di basilare importanza discuterne 

L'aver partecipato recentemente ad un'assemblea in videoconferenza di iscritti ad "Articolo uno", preparatoria del congresso che si dovrà svolgere in aprile, in cui si è largamente dibattuto sulla necessità o meno di presentare una mozione alternativa rispetto a quella già depositata dall'attuale segretario, mi ha costretto a un profondo esame sul ruolo che deve avere il partito della sinistra, a mio avviso sottovalutato e trascurato in quella sede, soprattutto perché personalmente lo ritengo invece di grande attualità e di importanza basilare nell'attuale situazione politica generale. Trovo un certo disagio nell'affrontare questo (per me) scottante tema e dico allora agli eventuali lettori (spero giovani - ci vuol molto poco a essere più giovane di me!): mi auguro che ciò "che segue" non venga preso solo come il monotono mugugno di un noioso compagno che fu operaista (orribile termine che ci portiamo appiccicato addosso) la cui ostica razza è, per gravame degli anni e zavorra del vissuto, sulla strada dell'estinzione. Nessuna nostalgia! La nostalgia è una brutta malattia in tempo di crisi. Solo considerazioni di un vecchio compagno che si sforza di vivere nell'attualità storica e non nel presente. L'attuale deserto politico che ci hanno creato attorno ci impone, a mio modo di vedere, una ponderata riflessione con caratteristiche di necessità e urgenza, su quel che ci resta oggi della parola "partito" e su quel che riesce a dire per noi (e non per gli altri) la parola "sinistra". Necessità e urgenza per poter andare all'attacco, perché il tempo della diplomatica attesa è finito, posizionarsi comodamente su una delle postazioni esistenti non è più sufficiente, è invece urgente aprire un nostro varco di fuoruscita da questo stallo di subalternità che dura da troppo tempo. Tutto questo si può fare e va fatto prima di tutto con un rovesciamento di cultura dentro una rinnovata battaglia delle idee, con il dichiarato obiettivo di dare forma a uno spirito egemonico di parte, ridisegnando unità e differenze del pensare e dell'agire, rispetto al passato e contro il presente (questo eterno presente!). Tale spirito egemonico io lo individuo nel partito - presuntuosamente mi sono sempre ritenuto uomo di partito anche quando sono stato senza tessera. Bisogna riproporre una lotta per l'egemonia, per l'egemonia culturale come lotta politica e bisogna declinarla nella lotta tra qualità e quantità. Dobbiamo essere paladini del quale contro il quanto. Oggi l'egemonia culturale capitalistica si declina in due modi: quanti soldi hai, quanti voti hai. Queste due cose sono estremamente organiche tra loro. Si fa il conto. Il calcolo è la cosa che fanno tutto il giorno lor signori. Sono sempre lì a fare conti, con il piglio dei ragionieri: queste sono le entrate, queste sono le uscite, questo è il debito, bisogna rientrare dal debito e quindi bisogna tassare ora di qua e ora di là. L'Italia o anche l'Europa non è altro che un gruppo di signori che continua ad avvertire "attenzione, siete usciti, dovete rientrare nel debito" ... E' il primato dell'economia, il primato della quantità. E non dimentichiamo mai che c'è da tener presente che questo è un tempo distratto rispetto al mondo delle idee. Davanti ad esse sta, sovrastante, l'immagine. Come, davanti al reale, sta, prepotente, il virtuale. Come è possibile distogliere l'idea e la pratica di democrazia - intendiamoci: di questa democrazia - da questo principio, che ora è un principio assoluto? La democrazia assoluta è un principio di maggioranza: ma perché questo principio è così assoluto? Perché se la maggioranza decide una cosa questa è la cosa giusta? Non c'è alcun nesso tra queste due cose: la maggioranza decide normalmente la cosa sbagliata - soprattutto perché è una decisione di parte, dell'altra parte della società, quella che combattiamo - essendo una maggioranza massificata, ordinata dentro un sistema di consenso. Contro questa democrazia noi possiamo poco, a meno di non considerarla come è stata considerata, giustamente, nei settori più avanzati del movimento operaio, cioè come il terreno più avanzato di lotta per cambiare a proprio vantaggio le leggi del sistema. Quindi, sulla base dell'esperienza storica del movimento operaio - la nostra migliore memoria, non dimentichiamolo - assumiamo il terreno della democrazia (sempre questa democrazia!) come quello più favorevole e diciamo che siamo per i sistemi democratici ma non perché questa democrazia sia un valore universale, ma solo perché essa è il terreno più favorevole per il superamento del capitalismo organizzando masse e lotte di massa per combatterlo. Bisogna riproporre una grande teoria pratica della minoranza, ma una minoranza attiva, agente, una minoranza centrale, non marginale. Problema: come è possibile praticare la centralità politica della minoranza? Semplice! Basta non dimenticare, basta rifarsi alla nostra storia, basta ricavarla dal modello e dal percorso politico del movimento operaio. Qui la logica di quello che è stato definito pensiero "operaista" c'è tutta. Ricordiamo che la classe operaia era una minoranza e ha combattuto contro l'idea che diventasse classe generale, classe universale. Era la classe parziale. Nel momento in cui riconoscevamo alla classe operaia la sua parzialità riconoscevamo anche che era minoranza. Anche se si fosse votato, nel momento in cui la classe operaia era centrale da un punto di vista sociale (come di fatto lo era), anche allora nel contesto delle maggioranze sarebbe stato un voto di minoranza rispetto all'assieme della società. La classe operaia era minoritaria da un punto di vista quantitativo, ma qualitativamente centrale. E le conquiste non sono state cosa da poco se oggi siamo costretti a difenderle dai continui pesanti attacchi dei governi passati e presente: la riduzione dell'orario di lavoro e lo statuto dei lavoratori (famosa legge 300/1970), le varie leggi sulla casa (167, 765, 865 ...), le leggi sul divorzio (L. 898/1970) e sull'aborto (L. 194/1978), la riforma sanitaria (L. 833/1978) per citare soltanto quelle più note. La classe operaia esprimeva politica, forma organizzata e cultura - alta cultura - esercitava egemonia nella società pur essendo in una posizione di minoranza. Quindi classe non marginale e tantomeno emarginata, con grande autorità di presenza politica. Queste sono le esperienze del passato che dobbiamo recuperare per costruire il futuro, ma in forme nuove, se vogliamo lavorare per costruire la sinistra. La politica, la nostra politica, ha un doppio movimento: sale dal basso e scende dall'alto. Le recenti esperienze ci hanno insegnato che se si isolano l'uno dall'altro questi due passaggi si va incontro a guasti. La partecipazione senza decisione è cieca. La decisione senza partecipazione è vuota. Oggi è facile partecipare, è difficile decidere. Facile intervenire dal basso nell'età della comunicazione di massa diventata interattiva. La rete non è un male in sé, lo diventa quando viene elevata a nuova sede della sovranità popolare, quando sostituisce le sedi istituzionali, quando cancella le forme organizzate della politica, quando, appunto, vuole decidere anziché partecipare. Allora da qui deve partire la sinistra che dobbiamo costruire: partire sostituendo al vecchio e tanto caro grido di sessantottesca memoria "un altro mondo è possibile" con il nuovo e più realistico "un altro mondo è necessario". E deve passare nelle mani di una potenza politica organizzata che si ponga come elemento di congiunzione tra eroico passato e futuro di lotta. In questi anni è stato volutamente disarmato l'esercito che aveva combattuto la lotta di classe, noi dobbiamo fornirlo di nuove armi anche molto diverse da quelle. In questo misero tempo che stiamo vivendo è importante richiamare spesso, soprattutto per chi verrà, la necessità, di una coltivazione gelosa della memoria. Oggi mi pare di vedere più chance rivoluzionaria in un nostro passato, che nessuno ci può togliere, rispetto a un futuro, che ci è già stato tolto, tutto ormai nelle mani di chi comanda. Stiamo dentro questa terribile stretta e ripetiamo che mai come oggi un altro mondo è necessario e mai come oggi un altro mondo non è possibile. Diciamo: non lo è per il momento. Quanto sarà lungo questo momento, non sappiamo. Dipende da noi. Qui torna il concetto, teoricostorico, di rivoluzione. Teniamo presente che la rivoluzione non è più l'atto con cui si prende il potere, ma il processo con cui si gestisce il potere. Riformisti prima, rivoluzionari solo dopo. Allora lotte, conflitti per e di nuovi soggetti alternativi contro un vecchio nemico che si presenta in forme nuove: fondare una sinistra unita per il riscatto di tutti quelli che stanno in basso e che per non stare più in basso hanno bisogno di una nuova forza e questa nuova forza si chiama partito. Le moderne condizioni del lavoro di oggi costituito da polverizzazione, dispersione, individualizzazione, precarizzazione, non-lavoro, le figure nuove del lavoratore autonomo di prima, seconda e terza generazione hanno bisogno di affidarsi a una potenza organizzata che prima di tutto li difenda perché sono deboli e hanno a che fare con i potenti. E vogliono far parte di un soggetto politico in grado di rappresentarli e organizzarli, di promuoverli, di emanciparli e infine di liberarli. E' questo il lavoro che ci attende se, come si diceva un tempo, vogliamo trasformare il cammino in un processo. 

Mario Loi 21-03-2022

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