L’eterno ritorno della questione palestinese

10.06.2021

Le risoluzioni dell'Onu disattese, mentre prevalgono gli estremisti in entrambe le parti

Alla fine del XIX secolo si sviluppò un movimento politico-religioso (sionismo) inteso a ricostruire in Palestina uno Stato che potesse essere patria comune per tutti gli Ebrei dispersi nel mondo, cosa che avvenne il 15 maggio 1948, con l'autoproclamazione di Israele, inizialmente non riconosciuto dai confinanti Stati Arabi. 

Dopo la guerra dei sei giorni, dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU fu adottata la risoluzione 242 del 22 novembre del 1967, stipulata sulla base del VI capitolo della Carta delle Nazioni Unite relativo alla risoluzione pacifica di dispute, perciò non vincolante ma con valenza di raccomandazione. 

Tale risoluzione stabiliva che non si potessero acquisire territori attraverso l'uso della forza disponendo il ritiro militare israeliano dai territori occupati e il reciproco riconoscimento dei due Stati; infatti è conosciuta come dottrina "pace in cambio di territori" o "territori in cambio di pace" a seconda dei punti di vista. 

La suddetta risoluzione è stata giudicata negativamente dall'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, perché non fa alcun riferimento all'autodeterminazione del popolo palestinese, mentre si occupa esplicitamente di "profughi". 

La successiva guerra del Kippur ha fatto sì che si stipulasse la risoluzione 338 del 22 ottobre 1973 che enuncia gli stessi principi della 242; queste due sono il principale cardine internazionale per il processo di pace. 

Da qualche settimana c'è stata una nuova escalation da entrambe le parti, però il gruppo estremistico Hamas e la resistenza palestinese non possono competere con uno Stato con imponenti risorse finanziarie e che ha uno dei migliori eserciti e intelligence al mondo. 

A Gaza Decine di migliaia di civili stanno scappando dalle loro case in quanto la rete idrica ed elettrica sono state danneggiate dai raid israeliani che hanno distrutto interi palazzi (compresi il grattacielo con sedi di importanti network dell'informazione e quello con la sede di Medici Senza Frontiere) e anche parecchie scuole, in più c'è carenza di cibo e acqua; si registrano inoltre enormi difficoltà negli ospedali. 

In questo quadro, il personale umanitario che opera sul campo incontra enormi difficoltà, sia per la mancanza di mezzi che per l'insicurezza dei luoghi; infatti le autorità israeliane e i gruppi armati palestinesi dovrebbero consentire immediatamente, alle Nazioni Unite e ad altre ONG umanitarie, di portare carburante, cibo e forniture mediche e lasciare lavorare in sicurezza il personale umanitario. 

Tutte le parti dovrebbero sempre rispettare le norme internazionali umanitarie e i diritti umani.

Valeria Sirigu

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di Articolo Uno Sardegna