Italia 2050: cosa consegniamo ai nostri figli?

13.12.2021

Le scelte di oggi su lavoro, welfare e pensioni devono guardare al domani

In questo dibattito sulla prossima Finanziaria si fa un gran parlare di pensioni e lavoro. Ancora una volta però lo sguardo è limitato al presente, ai lavoratori di oggi e ai prossimi pensionati, mentre occorrerebbe una riflessione pubblica più ampia capace di guardare anche alle prossime generazioni. Quale Paese intendiamo lasciare ai nostri nipoti fra trent'anni?

Innanzitutto dobbiamo fare i conti con la struttura demografica del Paese. Da qualche anno siamo entrati in una fase di diminuzione della popolazione residente. Questo nonostante una narrazione che parlava di un'invasione causata dai flussi migratori. La realtà è invece un'altra.Secondo un recente rapporto ISTAT, da qui al 2050, la popolazione italiana si ridurrà di 4,5 milioni. Gli over 65 saranno oltre un terzo della popolazione. Una demografia a piramide rovesciata, con forte riduzione della componente giovane. La popolazione in età lavorativa scenderà dal 63,8% al 53,3 del totale. In particolare, la fascia tra i 40 e i 54 anni si troverà decurtata del 30 per cento rispetto ai livelli attuali. Il vero problema quindi rappresentato dalla forte riduzione della forza lavorativa. Questo significa meno forza lavoro per sostenere la crescita produttiva e ripercussioni per la tenuta del nostro welfare sanitario, previdenziale e assistenziale.

Attualmente il nostro sistema di protezione sociale (previdenza, sanità e spesa assistenziale) costa circa 490 miliardi annui, ovvero oltre ¼ di quanto produciamo, oltre la metà (quasi il 60 per cento) di quanto incassiamo e spendiamo. Al 31.12.2019 la spesa pensionistica pura ammontava a 231 miliardi. Tenuto conto delle entrate contributive per quasi 210 miliardi, il saldo negativo è di circa 20 miliardi. Un sistema tutto sommato in equilibrio a cui bisogna però aggiungere il conto delle prestazioni assistenziali. Le pensioni di invalidità civile, indennità di accompagnamento, assegni sociali e pensioni di guerra costano quasi 23 miliardi annui. Se a queste si aggiungono le integrazioni al minimo, le maggiorazioni sociali e importo aggiuntivo, si raggiunge una spesa di circa 27 miliardi.

Alla spesa previdenziale lorda così ottenuta occorre aggiungere i 115 miliardi per la spesa sanitaria e altri 114 di spesa assistenziale. Se pensiamo che tutte le imposte dirette ammontano a meno di 250 miliardi, per finanziare tutto il resto (istruzione, trasporti, ricerca, giustizia e infrastrutture) non restano che le imposte indirette e poche altre entrate. Se a questo si aggiunge che degli ultimi 600mila assunti in Italia, l'80% sono precari e di questi il 30% avevano contratti con meno di un mese si comprende chiaramente che i questo modo una società non si tiene in piedi. Lasciando le condizioni del sistema Paese inalterate, l'Italia rischia di scivolare irrimediabilmente in un circolo di bassa disponibilità di giovani qualificati, bassa innovazione e bassa competitività. Nel dibattito politico manca la dovuta attenzione ai giovani di oggi e di domani. Senza un piano che consente alle nuove generazioni di diventare parte attiva e qualificata dei processi di crescita si rischia di compromettere il loro futuro e quello del Paese.

Per questo dobbiamo fare le scelte giuste oggi in tema di investimenti, formazione e lavoro, welfare e pensioni. Bisogna costruire un ingresso nel mercato del lavoro che sia meno terribile di quello che abbiamo adesso. Oggi anche i più qualificati trovano soltanto lavoretti e finti stage. Dobbiamo disboscare questo sistema e spingere sulla valorizzazione del lavoro di qualità, non sui lavori a basso costo. Altrimenti l'economia non farà il salto verso la necessaria trasformazione tecnologica ed ecologica e i nostri giovani continueranno ad emigrare. Non bastano i quindi i 250 miliardi di investimenti del PNRR a far crescere il Paese se non si corregge il mercato del lavoro. Per questo, come dice autorevolmente Bersani, bisogna che il governo, mentre fa gli investimenti, realizzi una piattaforma sui temi del lavoro, che si deve fondare su quattro punti. Innanzitutto, è necessaria una legge sulla rappresentanza e sulla contrattazione che consenta ai sindacati e alle associazioni più rappresentative di fare dei contratti che valgano 'erga omnes'. Oggi abbiamo 980 contratti nazionali, ma ne avevamo 410 dieci anni fa. Tutto questo è fatto per abbassare i diritti del lavoratore. Si sta disgregando l'ossatura del mercato del lavoro e dei diritti del lavoro, perché c'è un'abbondanza di contratti pirata, di finte associazioni di imprenditori, di finti sindacati, di false cooperative. Ci vuole dunque una legge sulla rappresentanza e sulla contrattazione. Al secondo punto un sistema universale di ammortizzatori, che comprenda anche pezzi dilavoro autonomo. E non solo: fondamentali sono la parità salariale uomo-donna e la formazione obbligatoria per tutti i contratti di lavoro, facendo una legge che prevede l'obbligo di formazione dentro i contratti di lavoro.

Infine le pensioni. Quando si pensa al sistema pensionistico bisogna creare un percorso in cui i giovani possano avere dei contributi. Il prossimo sistema pensionistico basato sul contributivo dovrà lasciare una flessibilità d'uscita, aiutare chi ha poca contribuzione, chi ha fatto un lavoro usurante, e le donne ad avere un moltiplicatore aggiuntivo per avere una pensione dignitosa. Occorre mettere in piedi questa piattaforma. Allo stato attuale, abbiamo un sistema così dequalificato che un giovane, dopo essersi laureato a pieni voti e aver fatto il dottorato di 3 anni, si vede proporre un contratto di apprendistato. La sinistra deve ripartire da qui. Contratti dignitosi firmati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative e validi per tutti. Non si può infatti pensare di vivere una vita con i contratti mensili ed avere poi una pensione da fame calcolata con il contributivo. E dobbiamo farlo adesso perché il 2050 è dietro l'angolo.

Peppe Garau 

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di Articolo Uno Sardegna