Il lavoro e la generazione "Anni Ottanta”

09.05.2022

Le conquiste delle generazioni precedenti sono state erose

 «L'Italia è una Repubblica Democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.»

I nostri padri costituenti intesero il lavoro come collegamento tra democrazia e sovranità popolare. Se questo collegamento salta, si crea diffidenza tra società e rappresentanza.

Dagli anni'90 in poi il lavoro ha subito profonde trasformazioni e principalmente sulla generazione anni '80 è ricaduto gran parte del peso di queste riforme del mercato del lavoro.

E' la prima generazione della storia moderna più povera rispetto a quella dei propri genitori; quella con meno risparmi; quella che guadagna meno; quella con contratti carenti di tutele.

E' stata la prima a fare i conti con forme di lavoro povero e con l'idea di un futuro sistema pensionistico fragile.

Una generazione giovane ma non più cosi giovane da avere tutte le strade aperte davanti; che si è formata a cavallo tra due secoli e che porta quindi con se una visione, una formazione e dei valori di un mondo del lavoro e di una società che sono profondamente mutati. L'ultima non nativa digitale. Ma soprattutto quella che in meno di dieci anni ha dovuto subire il forte trauma di un mercato del lavoro diventato flessibile e di un sistema colpito prima dalla recessione economica del 2008 e poi dalla crisi pandemica del 2020.

Questa generazione convive ormai cosi quotidianamente con la parola precarietà che l' ha interiorizzata, arrivando a normalizzarla: tirocini utilizzati al posto di contratti di lavoro subordinato; praticantati professionali spesso non rimborsati; collaborazioni che fino a qualche anno fa non prevedevano neppure la copertura contributiva; finti part-time; finte partite iva; contratti a chiamata; fino al 2017 i voucher; e naturalmente gli immancabili "lavoretti" in nero.

E' una generazione terrorizzata dai costi della partita IVA e la cui massima ambizione è - soprattutto nelle aree del paese economicamente più depresse, dove il settore privato è in forte difficoltà - quella (ardua!) di superare un concorso pubblico.

E' una generazione che si è dovuta dimenticare l'idea della stabilità economica e personale perché non può fare progetti di lungo periodo; si è dovuta reinventare di anno in anno inseguendo le esigenze di un mercato del lavoro che non li ha mai agevolati; ha inviato una marea di curricula, sentendosi il più delle volte ignorata o, nella migliore delle ipotesi, leggendo come risposte delle notifiche automatiche.

Trattasi di persone in gran parte sovraistruite (con più di una laurea, con differenti specializzazioni e con esperienze all'estero) che faticano a trovare un impiego e quando lo trovano è sottopagato e, nella maggior parte dei casi, niente ha che fare con la loro formazione. E' una generazione di persone troppo formate per la mansione che svolgono.

Il precariato è per questa generazione la norma e l'Italia un paese che non le offre speranza. Molti emigrano, per non tornare più.


Le conquiste ottenute dalle generazioni precedenti sono state progressivamente erose. Negli ultimi decenni ci si è infatti scordati che se tuo non lotti ogni giorno per i tuoi diritti piano piano te li tolgono.

L'Italia ha (ingenuamente?) sostenuto un modello che ha puntato all'indebolimento dei corpi intermedi (partiti; sindacati; associazioni) e della contrattazione collettiva.

Ha preso piede il pregiudizio verso il ruolo del pubblico; si è investimento meno sullo stato sociale; si è privatizzato (si pensi ai danni fatti in sanità che l'emergenza Covid ha messo in luce); si è delocalizzato (che ha significato perdita di occupazione; dispersione del know-how; ricorso agli ammortizzatori sociali a carico dello Stato; territori inquinati e non bonificati).

Nel 2015 è infine venuto meno lo storico equilibrio di rapporti di forza tra mondo dei lavoratori e mondo dell'impresa.

E' stata una visione che ha pensato che rendere piu facile licenziare potesse contribuire a far assumere di più. Peccato fosse una vecchia idea e vederla applicare da un governo che si definiva di centro-sinistra ha creato non pochi abbandoni da una parte di società (quella più fragile) che non si è sentita più rappresentata.


Mentre la politica italiana credeva che diminuire le tutele lavorative potesse aumentare la produttività, altri paesi hanno invece pensato che non bastasse creare occupazione ma che questa dovesse essere di qualità.

Hanno creduto al fatto che un buon lavoro fosse alla base di una buona impresa: innovazione; qualità del lavoro; servizi; ricerca; aumento delle competenze.


Da cosa si potrebbe ripartire concretamente per superare la precarietà di questa generazione?


Concertazione: tornare a credere nel dialogo fra le parti sociali; ridare forza al ruolo dei corpi intermedi ed estendere la contrattazione collettiva a chi sul lavoro non è tutelato.

Formazione professionale e relazioni industriali sono necessarie per affrontare le criticità, riqualificare il lavoro e aiutare le imprese a trovare i profili professionali che ricerca.

Salario minimo: sostenerlo significa affermare in modo netto che c'è una soglia sotto la quale non si può scendere senza calpestare la dignità di chi lavora, anzi sotto la quale non è nemmeno lavoro, ma sfruttamento.

Progettualità di lungo periodo: al nostro paese manca da anni una politica industriale che cambi radicalmente il modello di sviluppo in chiave di transizione ecologica.


Nel dibattito pubblico sono due le visioni che cercano timidamente di avanzare anche in Italia:

- la COGESTIONE, ossia un dialogo sociale che ha il fine di coinvolgere i lavoratori nei processi decisionali e aziendali.

Nel nord Europa (Francia, Germania e Svezia) esiste già.

In italia, in Emilia Romagna nel settore automobili, lo ha fatto la Lamborghini (azienda acquisita da Audi nel '98 e confluita nel grupo Volkswagen): il gruppo ha adattato il modello di cogestione- tedesco alle normative e alle prassi sindacali italiane; cosa che in questa regione è stata facilitata anche da una forte tradizione di relazioni tra parti sociali.

Cogestione significa che i lavoratori partecipano e trovano ascolto sulle decisioni strategiche dell' impresa, proprio in virtù del fatto che vivono gli effetti sulla propria pelle.

Significa naturalmente farlo in forma organizzata.

Quale è il risultato? Si raggiungono obiettivi e risultati aziendali e allo stesso tempo i lavoratori sono soddisfatti del clima aziendale e delle loro condizioni di lavoro.

La cultura della partecipazione insegna insomma che laddove attecchisce soddisfa sia le esigenze del datore di lavoro sia quelle lavoratore.

- il modello WORKERS BUYOUT, ossia le imprese salvate dai lavoratori. E' quel modello in cui i lavoratori, in caso di crisi aziendali, acquisiscono l' impresa (di solito in forma di coop) e ne diventano proprietari.

Cosa ottieni? Salvaguardi l'occupazione e la mantieni nel territorio; non disperdi la conoscenza acquisita dai lavoratori; riduci il ricorso agli ammortizzatori sociali, quindi i costi a carico della collettività.


Che ruolo devono avere le istituzioni in tutto questo?

Declinare queste visioni in politiche attive del lavoro: agevolare il loro accesso al credito e incentivare la formazione di chi trova il coraggio di mettersi in gioco.

Altri temi presenti nel dibattito che potrebbero migliorare la dignità del lavoro sono:

  • accompagnare, dal punto di vista normativo, le grandi trasformazioni come l'avvento delle nuove tecnologie, avendo cura che non diventino devastanti in tema di diseguaglianze e che si limitino a offrire servizi col fine di migliorare la vita delle comunità;

  • riduzione dell' orario di lavoro a parità di stipendio perché lavorare di più non comporta automaticamente maggiore produttività, lavorare qualitativamente meglio invece si.

Maggiore tempo libero significa inoltre maggiore partecipazione alla vita pubblica da parte dei cittadini (E qui ci si riallaccia all'articolo 1 della Costituzione).


Per salvare questa generazione transizione, così come come per salvare quelle successive, serve una visione all'altezza dei tempi che viviamo.

La sfida sarà credere nell'intersezione tra mondi e settori che tra di loro devono obbligatoriamente cooperare: ambiente; salute; lavoro; equità sociale; innovazione.

Le sfide vanno declinate dai livelli di rappresentanza istituzionale più alta (Parlamento) ai livelli più locali (consigli comunali; piazze, quartieri).

Esiste in Sardegna e nel resto d'Italia, da parte di intere fasce sociali, una domanda di certezze e di miglioramento delle proprie condizioni di vita per disgregare la visione tormentata del domani che gradualmente prende piede anche nelle generazioni successive a quella degli anni '80.


Quale mondo verrà fuori dipenderà da noi.

Marta Torrente

Aprile - Testata Giornalistica Regionale
di Articolo Uno Sardegna