Il 25 novembre CONTRO la violenza sulle donne: partire dalla cultura della NONVIOLENZA e dalla PREVENZIONE

13.12.2021

Ogni anno arriva puntuale il 25 novembre. Ogni anno è retorica. Ogni anno è più potentemente disarmante (e a tratti fastidioso) il moltiplicarsi di cartelloni, eventi, webinar, ospitate e tante, troppe foto di scarpette rosse e occhi pesti nei social media.

Forse è tempo di cambiare registro. Forse sarebbe ora di parlare meno e agire di più. Sarebbe ora di evitare le passerelle e le promesse di fondi e misure che arrivano con mesi (anni?) di ritardo.

Un po di numeri.

109: le donne uccise in Italia nel 2021 fino a novembre.

599: i femminicidi negli ultimi cinque anni in Italia.

3: i milioni stanziati nel 2020 dallo Stato per i centri antiviolenza

10: i milioni fermi in Conferenza Stato Regioni stanziati per il 2021.

15: i mesi che sono stati necessari per erogare i fondi del 2020 ai centri antiviolenza.

Una riflessione.

La pandemia, se ancora non fosse stato evidente, ha puntato i riflettori sull'incidenza delle violenze domestiche e sul fatto che la casa, per alcune donne, sia una prigione dalla quale spesso è impossibile andare via, se non per raggiungere freddi luoghi all'ombra dei cipressi. Nulla pare mai cambiare sul fronte dei risultati: oggi come ieri si potrebbe affermare che tutte le misure messe in campo siano sufficienti a supportare le vittime di violenza, e che forse, paradossalmente, più che incentivare, determinano ulteriore scoramento e sfiducia verso la scelta della denuncia. Le donne hanno paura: paura di stare zitte e paura di parlare, paura di continuare a subire e paura di andare via e non farcela. E' chiaro che, oltre una urgente revisione e velocizzazione dei processi di trasferimento delle risorse assegnate ai centri antiviolenza e il rafforzamento delle misure di sostegno economico alle donne (si pensi al "reddito di libertà" di cui la Sardegna fu pioniera), occorre ripensare ad un metodo che sia efficace e occorre, nel contempo, capovolgere il ragionamento portandolo all'origine del problema: la prevenzione e lo sradicamento della cultura della violenza e del patriarcato.

Il metodo.

Quando una buona idea si basa su una buona analisi e porta buoni risultati sarebbe utile e necessario farla diventare prassi e diffonderne l'utilizzo. Riconoscere che la donna vittima di violenza, e in particolare di violenza domestica, abbia bisogno di una rete di supporto e di indipendenza economica, è stata la grande intuizione della ministra inglese Patricia Scotland che, nella sola Londra ridusse da 49 a 5 i femminicidi registrati dal 2003 al 2010. La Scotland, per anni presidente della Global Foundation for the Elimination of Domestic Violence e madre del metodo che porta il suo nome, aveva studiato un vero e proprio sistema integrato basato su tre elementi fondanti: i servizi "funzionali" (rete interconnessa tra sistema giudiziario, polizia, servizi medico-sanitari, protezione e assistenza legale per le vittime); i risultati economici (riduzione delle assenze di lavoro "da maltrattamento"); i costi umani (valutati attraverso la promozione di politiche sociali dedicate). In Gran Bretagna, il metodo Scotland, in quegli anni aveva portato non solo alla riduzione dei casi di violenza, ma anche all'aumento del PIL, determinato dal fatto che le donne potevano tornare a lavorare, perché beneficiavano di un sistema di assistenza (sociale, sanitaria ed economica) e di protezione giudiziaria. Era stata messa in campo per la prima volta una reale rete di tutoraggio personale e di presa in carico della persona in quanto vittima di violenza e soggetto fragile da emancipare e rendere indipendente.

L'origine del problema e la soluzione: scardinare la cultura della violenza con la prevenzione.

Sarebbe presuntuoso pensare che in un testo con meno di mille parole si possa approfondire il tema culturale dell'origine della violenza sulle donne. Non basterebbero dieci, cento, mille donne, ognuna per la sua esperienza professionale o personale, a spiegarci quanto la nostra società sia pesantemente fradicia di maleodoranti segnali violenza. Certo, non sono schiaffi, non sono pugni e a volte non sono neppure parole, ma sono sempre inequivocabili tracce di quel subdolo patriarcato di cui la nostra società si è nutrita per secoli, di quel tollerato senso di possesso e di quel senso di superiorità tra generi informalmente accettato. Scardinare la violenza significa anche (e non ce ne vogliano i puristi della lingua italiana) utilizzare sempre un linguaggio di genere, non sottovalutare battute goliardiche o apparentemente divertenti, significa ripensare un rapporto madri-padri-figli per ricostituire anche a livello familiare diritti paritari. Come ridurre o eliminare i crimini "evidenti" (femminicidi, percosse, stalking)? Lavorando con costanza all'eliminazione delle condizioni socio-culturali che ne consentono la crescita silenziosa.

Prevenzione attraverso la cultura della nonviolenza.

E allora sovvertiamo il ragionamento. Se non possiamo agire (solo) sulla eliminazione della violenza quando questa si sia manifestata, lavoriamo all'instaurazione di una cultura della nonviolenza: nelle parole, nelle azioni, nella predisposizione dei programmi e delle misure, nel re-imparare a gestire i conflitti in modo sano e costruttivo.

Per questo motivo, anche traendo spunto dall'eccellente esperienza del metodo Scotland in Gran Bretagna, il 25 maggio 2015 fu presentata dall'allora Consigliere Regionale Luca Pizzuto e dalla gran parte dei consiglieri di centro sinistra, la Proposta di Legge n. 221 "Norme per la diffusione della cultura della nonviolenza e contro la violenza di genere"(https://www3.consregsardegna.it/XVLegislatura/Disegni%20e%20proposte%20di%20legge/PL221.asp) che esprimeva un tentativo di risoluzione sistemico, organico e preventivo del dramma della violenza di genere. Sarebbe utile (e forse anche urgente) provare a dargli una nuova lettura aggiornata e, magari, provare a riavvicinarsi a quel tipo di approccio che, oltre a provare a rimediare al danno, cerchi anche di non farlo accadere.

C'è ancora tanta, troppa strada da fare per fermare questa strage. Lo dobbiamo a chi non alza la voce e a chi ha provato a urlare e non è stata ascoltata.  

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di Articolo Uno Sardegna