Guerra e Capitalismo

09.05.2022

Le ragioni delle scelte politiche catastrofiche statunitensi

  Per cercare di capire perché gli USA continuano a fare scelte catastrofiche portandoci dritti dritti verso il disastro dobbiamo tornare al XX secolo perché è stato allo stesso tempo "breve" (Eric J. Hobsbawm - Il secolo breve) e "lungo" (Giovanni Arrighi - Il lungo XX secolo), ma è stato anche il secolo "della violenza" (Niall Ferguson - XX secolo, l'età della violenza).

Cominciamo col dire che la guerra tra Stati e le guerre di classe, di razza e di sesso hanno da sempre accompagnato lo sviluppo del capitale perché, dai tempi dell'accumulazione primitiva, sono le condizioni della sua esistenza. La formazione delle classi (degli operai, dei colonizzati, delle donne) comporta una violenza extra-economica che fonda il dominio e una violenza che lo conserva, stabilizzando e riproducendo i rapporti tra vincitori e i vinti. E' nello squilibrio e nella differenza di classe che trova fondamento e alimentazione il potere del capitale. Non c'è capitale senza guerre di classe, di razza e di sesso e senza Stato che ha la forza e i mezzi per condurle! La guerra non è una realtà esterna, ma è costitutiva del rapporto di capitale, anche se da troppo tempo sembra che ce ne siamo dimenticati. Nel capitalismo le guerre non scoppiano perché ci sono gli autocrati brutti e cattivi contro i democratici belli e buoni.

Le guerre che danno inizio a ogni grande ciclo di accumulazione, si ritrovano anche alla sua fine. Nel capitalismo generano catastrofi e disseminano la morte in maniera incomparabile con altre epoche storiche. Ma esiste un momento nella storia del capitalismo, all'inizio del XX secolo, in cui la relazione tra guerra, Stato e capitale si annoda a tal punto che il suo potere di distruzione, che è una condizione del suo sviluppo (la «distruzione creativa» di cui parla Schumpeter), da relativo diventa assoluto. Assoluto perché mette in gioco l'esistenza stessa dell'umanità e le condizioni di vita di molte altre specie.

E' accertato che la "grande trasformazione" che strutturerà la macchina bicefala Stato/capitale è avvenuta prima della crisi finanziaria del 1929, durante la guerra del 1914.

La Grande Guerra è una novità assoluta perché è il risultato di un'integrazione dell'azione dello Stato, dell'economia dei monopoli, della società, del lavoro, della scienza e della tecnica. Tutti questi elementi concorrono alla fondazione di una mega macchina la cui produzione è finalizzata alla guerra. Ciascuno di essi ne uscirà profondamente trasformato: lo Stato accentua il potere esecutivo per gestire "l'emergenza", l'economia subisce la medesima concentrazione del potere politico consolidando i monopoli, la società nel suo insieme e non solo il mondo del lavoro viene mobilitata per la produzione, l'innovazione scientifica e tecnica passa sotto il controllo diretto dello Stato e subisce un'accelerazione fulminea.

È in questo senso che la guerra è "totale". Esige la mobilitazione dell'economia, della politica e del sociale, cioè una "produzione totale". Tra guerra, monopoli e Stato «si crea un legame che non potrà più essere sciolto da nessun liberalismo» (Di Leo - L'età della moneta).

La nascita di quello che Marx nei "Grundrisse" chiamava il «General Intellect» (cioè, la produzione non dipende solo dal lavoro diretto dei lavoratori ma dall'attività e dalla cooperazione della società nel suo insieme, dalla comunicazione, dalla scienza e dalla tecnologia, etc.) si realizza sotto il segno della guerra. Nel «General Intellect» marxiano non c'è la guerra, mentre nella sua attuazione reale è lei che completa e integra il tutto. Il capitalismo riorganizzato dalla guerra totale è diverso da quello descritto da Marx. Lo stesso Keynes (Esortazioni e profezie) a sua volta affermava che il suo programma economico poteva essere realizzato solo in un'economia di guerra, perché solo in questo caso tutte le forze produttive sono spinte all'estremo delle loro possibilità.

Questa temibile "macchina" in cui guerra e produzione si confondono, provoca un salto nello sviluppo dell'organizzazione del lavoro, della scienza e della tecnica; il coordinamento e la sinergia delle varie forze produttive e delle funzioni sociali si traducono in un aumento della produzione e della produttività. Ma produzione e produttività sono per la distruzione. Per la prima volta nella storia del capitalismo la produzione è "sociale" e al tempo stesso, completamente finalizzata alla distruzione. Lo sviluppo delle forze produttive è indirizzata a un aumento della capacità di distruggere. Una corsa folle si scatenerà nella ricerca/innovazione per aumentare la potenza di distruzione: distruggere il nemico, il suo esercito ma anche la sua popolazione, le sue strutture e infrastrutture.

Questo processo ha il suo compimento nella costruzione della bomba atomica durante la Seconda guerra mondiale. La scienza, massima espressione della creatività e della produttività dell'essere sociale, espande radicalmente il potere di distruzione: la bomba atomica, per la prima volta nella storia, mette in gioco la sopravvivenza stessa dell'umanità.

Günter Anders nota a questo proposito che se fino alla Prima guerra mondiale gli uomini erano individualmente mortali e l'umanità immortale, dalla costruzione della bomba atomica l'identità di produzione e distruzione perfettamente incarnata dalla scienza, minaccia di estinguere l'umanità.

L'azione di questa nuova organizzazione della macchina Stato-capitale non si fermerà con la conclusione dei combattimenti, poiché la "mobilitazione totale" per la "produzione totale", la gestione dell'emergenza, la concentrazione del potere esecutivo ed economico, si trasformano in norme ordinarie della gestione capitalista. Il periodo successivo alla Seconda guerra mondiale viene chiamato la "grande accelerazione" e al suo interno si ritroverà intatta l'identità di produzione/distruzione radicata nel quotidiano del lavoro e del consumo del "boom" economico.

La macchina produttiva integrata non è stata smantellata, ma investita nella ricostruzione. Diventerà poi evidente che la riparazione dei danni causati dalla guerra determinerà una nuova e ancora più formidabile distruzione: con la grande accelerazione abbiamo fatto un grande passo verso il punto di non ritorno nella degradazione dell'equilibrio climatico e della biosfera.

Il capitalismo del dopoguerra continua a sfruttare l'integrazione della mega macchina generando tassi di crescita e produttività straordinari cui corrispondono tassi di distruzione delle condizioni di abitabilità del pianeta altrettanto straordinari. La specie umana è minacciata di estinzione una seconda volta. E tutto questo oggi vien chiamato crescita.

L'identità di produzione e distruzione continua a dispiegarsi nel quadro di una "pace" le cui condizioni di possibilità sono sempre determinate dalla guerra, stavolta fredda.

Ancora Günter Anders (L'uomo è antiquato) abbozza una prima revisione di questi concetti alla luce della nuova realtà del capitalismo. «Lo status morale del prodotto (lo status del gas velenoso o quello della bomba all'idrogeno) non influisce sulla moralità del lavoratore che partecipa alla produzione». È politicamente inconcepibile «che il prodotto alla cui fabbricazione si lavora, anche il più ripugnante, possa contaminare l'opera stessa». Il lavoro, come il denaro di cui è la condizione, «non ha odore». «Nessuna opera può essere moralmente screditata dal suo obiettivo». I fini della produzione non devono riguardare in alcun modo l'operaio, perché, «questa è una delle caratteristiche più disastrose del nostro tempo», il lavoro deve essere considerato «neutro rispetto alla moralità (...) Qualunque lavoro si faccia, il prodotto di questo lavoro rimane sempre al di là del bene e del male».

Nelle condizioni del capitalismo contemporaneo la situazione si è ulteriormente radicalizzata, qualsiasi lavoro (e non solo quello che produce "gas velenoso o la bomba all'idrogeno") è distruttivo; qualsiasi consumo (e non solo guidare l'auto, sprecare l'acqua, ecc.) è distruttivo. È ormai impossibile dire se il lavoro e il consumo producano l'essere o lo distruggano, perché sono nello stesso tempo forze di produzione e forze di distruzione (d'altra parte Marx ci fa presente nelle "Teorie sul plusvalore" che «consumo è anche produzione», ad es. «nell'alimentazione ... che è una forma di consumo, l'uomo produce il proprio corpo»). Nel capitalismo, gli individui sono "complici", loro malgrado, della distruzione poiché́ la producono lavorando e consumando, e vittime dello sfruttamento e del dominio poiché́ costretti a produrre e a consumare.

La matrice economica e politica della macchina bicefala Stato/capitale è ancora quella disegnata dalla Prima guerra mondiale: l'intensificazione della finanziarizzazione, l'ulteriore concentrazione del potere economico e politico e la nuova mondializzazione non fanno che accrescere la sua dimensione produttiva/distruttiva, esaltando le sue caratteristiche anti-democratiche e totalitarie

Il "neoliberalismo" non soltanto nasce dalle guerre civili in America Latina, ma si alimenta di tutte le guerre che gli americani e la Nato hanno dichiarato nel mondo, prima contro un nemico che avevano essi stessi contribuito a creare (ad es. il terrorismo islamico) e poi contro le potenze emerse dalla guerre di liberazione dal colonialismo (c'è il maturato sospetto che il vero obiettivo della guerra in corso sia la Cina).

La mondializzazione contemporanea è molto differente da quella sviluppatasi a cavallo del XIX e XX secolo. Quest'ultima aveva come obiettivo la divisione coloniale del mondo, mentre l'attuale non può più contare su un Sud sottomesso all'Occidente. Al contrario, alcune ex colonie sono diventate delle potenze economico-politiche che fanno vacillare un Nord sprovvisto di ogni idea capace di stabilire la sua egemonia, se non con l'uso delle armi.

Il Sud pone nuovi problemi: le modalità dei neo-capitalismi adottate dalle ex-colonie non fanno che aumentare l'estensione della coppia gemella produzione/distruzione, dimostrando che l'azione della macchina Stato-capitale non può essere estesa al resto dell'umanità; il capitalismo mondializzato contemporaneo porta al punto di irreversibilità la devastazione che la grande accelerazione aveva a sua volta incrementato nel dopoguerra.

Accecato da un delirio guerriero, il Nord del mondo non riesce a vedere che oramai costituisce una minoranza non soltanto da un punto di vista demografico (anche nel caso della guerra in Ucraina la maggioranza dei paesi del pianeta non si è allineata alle posizioni del Nord, perché sanno di essere tutt'ora nel mirino dell'arroganza dominatrice USA).

Dopo trent'anni di guerre condotte dagli americani e dalla Nato per assicurarsi il loro potere unilaterale, la violenza ritorna in Europa, imposta dagli Stati Uniti con il consenso delle inette classi dirigenti europee completamente succubi della volontà americana (suicidio di un'Europa morente da decenni accelerato dall'inclusione voluta da americani e inglesi di Stati dell'est che non hanno niente da invidiare all'autocrazia russa). La guerra si è oramai insediata per durare, poiché gli americani non diminuiranno la pressione armata fino a quando non riusciranno a costruire l'impossibile Impero, progetto che possiamo già ora definire suicida e omicida. La sventura dell'umanità per i prossimi anni è racchiusa in questa frase di Biden, guerrafondaio come tutti i presidenti USA, di certo uno dei peggiori: «Far sì che l'America, ancora una volta, guidi il mondo», vero programma della sua presidenza.

Le tristi parole di Keynes s'adattano perfettamente sia alla tragedia della guerra che alla catastrofe ecologica: l'egemonia del capitale finanziario che aveva condotto alla Prima guerra mondiale, ai fascismi, alle guerre civili, a Hiroshima contiene una «regola autodistruttiva» che agisce su «tutti gli aspetti dell'esistenza», e che vale anche oggi. La violenza che i capitalisti e lo Stato possono scatenare contiene già la catastrofe ecologica perché pur di non perdere profitti, proprietà, potere sono «capaci di spegnere il sole e le stelle».

Stiamo vivendo il compimento di un processo, cominciato un secolo fa e che ha conosciuto un'accelerazione, alla fine degli anni Settanta, di chiusura di ogni "spazio pubblico" e oggi di ogni possibile ambito comune, di saturazione da parte della proprietà privata di ogni aspetto della vita individuale e collettiva. La riduzione progressiva della già debole e decrepita democrazia è la condizione politica che deve necessariamente accompagnare l'identità di produzione e distruzione perché, dall'inizio del secolo scorso, continua a progredire radicandosi nella macchina Stato-capitale le cui promesse durano il tempo di un breve "bengodi". Basta anche un'analisi superficiale del capitalismo e della sua storia per capire che dopo corti periodi di euforia (la "belle époque" d'inizio XX secolo e quella di fine secolo - gli anni Ottanta e Novanta), durante i quali il capitalismo sembra trionfare delle sue contraddizioni, non gli resta che la guerra e la dittatura per uscire dalle sue impasse.

La biopolitica («fare vivere e lasciare morire») svela tutto il suo contenuto "ideologico" di fronte alla realtà della macchina bicefala Stato-capitale che ha prima scatenato la violenza del secondo per in seguito lasciare libero corso alla violenza del primo. Due violenze che, congiunte, ci portano molto lontani dalla pacificazione governamentale del «lasciar vivere».

La scomparsa possibile dell'umanità a causa della violenza concentrata della bomba atomica che, negli anni Cinquanta, Günther Anders annunciava, è oggi rilanciata dalla violenza "diffusa" del riscaldamento climatico, della degradazione della biosfera, dall'impoverimento dei suoli, dallo sfruttamento della terra, etc. Due temporalità differenti, l'istantaneo della bomba e la durata della devastazione ecologica, si sono sommate perché derivano dalla stessa fonte, l'identità di produzione/distruzione. Le due minacce convivono nell'attuale guerra in Ucraina e noi siamo sottoposti sia al pericolo atomico (che non era mai scomparso) sia a quello, lento, ecologico.

La prosperità per tutti si è rapidamente trasformata in una mostruosa concentrazione della ricchezza per pochi, in devastazione finanziaria e in lotta a morte per l'egemonia economica e l'accesso alle risorse. La salvaguardia della vita in cambio d'obbedienza che, a partire da Hobbes, lo Stato doveva garantire contro i pericoli della guerra di tutti contro tutti, è stata doppiamente smentita: dall'organizzazione dei massacri delle guerre industriali e dall'estinzione possibile della specie umana che è già sufficientemente avanzata.

Non ci sono altre alternative che rompere questi legami di subordinazione che ci fanno oggettivamente complici per sottrarci da questi rapporti di lavoro e di consumo, vale a dire perseguire fino in fondo il rifiuto del lavoro coatto e del consumo obbligatorio. Forse ci è rimasto solo lo spazio, attraverso quel rifiuto, per una (lenta) costruzione di un "General Intellect" col segno rovesciato attraverso l'utilizzo collettivo dei beni comuni prima che vengano definitivamente saccheggiati dagli interventi predatori della "crescita" capitalista il cui bottino i cantori della postmodernità identificano con lo sviluppo.

Mario Loi

21.04.2022

Aprile - Testata Giornalistica Regionale
di Articolo Uno Sardegna