Digital divide!

11.06.2021

Non siamo tutti uguali neppure davanti alla rete

  Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza trasmesso dal Governo italiano alla Commissione Europea, cita tra le cause del deludente andamento economico la nostra incapacità (ben nota fin dal boicottaggio politico e istituzionale di autentici visionari come Adriano Olivetti o Massimo Banzi, solo per citarne alcuni) di cogliere le opportunità offerte dalla rivoluzione digitale che, "ainoi", si è curata ben poco della nostra "indifferenza" ed è andata comunque avanti (senza i cittadini italiani) generando una frattura e un complesso di disuguaglianze che il contesto pandemico ha drammaticamente fatto emergere. 

  Si chiama "esclusione digitale" ed è una nuova forma di diseguaglianza sociale legata alla mancanza di accessibilità alla rete e ai dispositivi digitali; si tratta di una discriminazione dovuta al fenomeno noto come "digital divide" che erroneamente viene identificato solo con l'assenza di connettività e che per noi italiani è soprattutto un divario digitale di tipo culturale ben più complesso da combattere. 

  Le categorie che ne sono colpite non sono solo quelle in possesso di bassa istruzione ma per lo più soggetti anziani, donne non occupate o in particolari condizioni di salute o economiche (GENDER DIGITAL DIVIDE), i disabili, gli immigrati, le persone detenute e, udite udite, i "nativi digitali" (si parla a tale proposito di "divario digitale di ritorno") i quali, in mancanza di competenze di base, hanno solo più dimestichezza con i dispositivi mobili, non avendo la più pallida idea di come si utilizzi un elaboratore di testi o un foglio di calcolo e non essendo quindi in grado di affrontare le sfide dei nuovi contesti lavorativi. 

  La carenza di competenze digitali sulla popolazione (circa i due terzi dei cittadini italiani ne sono coinvolti) produce effetti sulla possibilità di esercitare i propri diritti di cittadinanza e partecipazione consapevole e sulla capacità di rispondere alle richieste del mercato del lavoro. Si tratta di un ritardo oramai cronicizzato ed endemico dovuto più che alla mancanza di infrastrutture adeguate, ad una scarsa familiarità con le tecnologie digitali come conseguenza di un più generale e bassissimo livello di competenze di base, frutto di una totale assenza di strategie formative adeguate o finalizzate alla diffusione dell'educazione al "medium" digitale, calatoci dall'alto "senza libretto di istruzioni" e "digerito" in tutti i suoi aspetti esclusivamente ludici o limitati allo svago. 

  Negli anni il "Piano Nazionale Scuola Digitale" è stata l'unica misura strategica messa in campo dal Governo Italiano e abbiamo dovuto attendere il 23 dicembre del 2020 perché venisse alla luce la prima tanto attesa "Strategia Nazionale per le competenze digitali", oggi cuore del PNRR insieme al "Piano Triennale per l'Informatica nella PA 20-22" scritto da Agid e dal Team Per la Trasformazione Digitale e sul quale mi soffermerò altrove. "Sembreremmo" digitali, è vero, nel terzo Paese al mondo per possesso di smartphone, oggetto "di culto" che custodiamo gelosamente come identificazione di uno "status symbol", più che da consapevoli utilizzatori di un dispositivo che connesso alla rete "abilita" alla cittadinanza e semplifica la quotidianità, anziché complicarcela, dandoci l'opportunità di esercitare più orizzontalmente e democraticamente (se le tecnologie fossero accessibili a tutti come le immaginarono i prima padri "hippie" fondatori della rivoluzione digitale), i nostri diritti civili e politici (quelli del Capo Primo della Costituzione italiana, sono sempre gli stessi, non sono nuovi, nel frattempo hanno solo cambiato forma). 

  Anche se i cittadini non lo sanno ancora, infatti, l'identità ed il domicilio sono diventati digitali (con SPID e PEC), la fattura e i pagamenti sono diventati elettronici (con FatturaPA e PagoPA), l'anagrafe nazionale della popolazione residente italiana è unica ed elettronica, non più distribuita in 8000 distinte banche dati di Comuni diversi (con ANPR che è giunta proprio in questi giorni a completamento); così come l'inoltro di una istanza o della domanda di partecipazione ad un concorso pubblico o la necessità di fare richiesta di iscrizione dei nostri figli a scuola, lo sono, digitali, elettroniche, e se non appongo una firma (anch'essa digitale) non si saprà mai con assoluta certezza e univocità legale che sono stata proprio io ad inoltrare quella istanza che non è più di carta e sulla quale faranno fede ai fini della validità e della sua efficacia probatoria, data e ora apposti elettronicamente dal mio server di posta elettronica certificata. Di esercizio di diritti, di questo si tratta, di questo parliamo, diritti civili e politici che oggi possiamo esercitare in alcuni casi solo da "cittadini digitali". 

  Quella della nostra epocale mancanza di competenze digitali di base è purtroppo una consapevolezza assai nota alla Commissione Europea e agli addetti ai lavori, meno ai decisori politici nazionali e locali. Siamo un paese nostalgico per definizione e per quanto si possa e si debba essere legittimamente critici nei confronti di altri sistemi il cui modello educativo spinge verso innovazione e digitalizzazione noi abbiamo remato nei decenni in direzione "troppo contraria", contribuendo a generare un gap che anche a chi ha scritto il PNRR appare non più ineludibile: siamo gli ultimi, come freddamente mostrato nell'istogramma che segue e che annualmente ci fornisce la Commissione Europea. 

 Si chiama indice DESI (https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/desi-italy), e ci colloca quartultimi in UE sulla somma di tutti gli indicatori (connettività, integrazione, qualità e utilizzo dei servizi digitali) ma ultimissimi quanto a competenze digitali di base possedute dai cittadini italiani; ed è il primissimo dato eclatante a cui il PNRR fa riferimento fin dalla Prima Missione nel tracciare gli obiettivi da raggiungere entro il 2026 per avvicinare cittadini Italiani e imprese ad un uso consapevole della rete che nel frattempo è diventata "internet delle cose" e collega quasi qualunque oggetto che noi indossiamo o possediamo in casa e che in quanto tale è strumento di evoluzione della società e motore di cambiamento, inclusione, partecipazione attiva. 

  La buona notizia è che al centro del PNRR non c'è la tecnologia ma la persona. La digitalizzazione cui si vuole puntare facilita l'inclusione, migliora la qualità della vita, consente di cogliere opportunità ed è sostenibile e di questo continueremo a raccontarvi nei prossimi numeri.

Antonella Fancello

Aprile - Testata Giornalistica Regionale
di Articolo Uno Sardegna