DAD: disastro a distanza

04.08.2021

  Seicento segnalazioni alle procure per l’obbligo scolastico

   Quando il 4 marzo 2020 è arrivata la notizia che ci sarebbero stati dieci giorni di interruzione dell'attività didattica, ero in servizio presso il Liceo Scientifico di Pozzomaggiore e, come potete immaginare, gli studenti erano euforici per questi giorni di vacanze supplementari inaspettate. 

   Poi, però, quando di settimana in settimana il rientro in classe si allontanava fino ad arrivare alla conclusione dell'anno scolastico, ho visto la preoccupazione nel viso di quegli stessi ragazzi che festeggiavano.

  La scuola è una parte importante della vita di bambini, ragazzi ed adolescenti, dalla prima elementare all'esame di maturità passiamo tredici anni della nostra vita in un mondo che ci impegna tutte le mattine per duecento giorni all'anno, un luogo di apprendimento, di socialità, di amicizie, valori, crescita umana. 

    D'improvviso ci siamo trovati a guardarci dallo schermo di un computer, senza più nessun contatto umano e sociale, una situazione di emergenza nella quale si è giustamente fatto ricorso alla DAD (didattica a distanza). 

   In un contesto di quel tipo era l'unica cosa possibile, una scelta che comportava una fatica maggiore, spesso molto maggiore, per ottenere risultati minori, questo sia da parte degli studenti che da parte degli insegnanti. Chiunque faccia od abbia fatto l'insegnante ha capito subito che la DAD era un disastro giustificabile solo in emergenza e non "la scuola del futuro" come detto da alcuni. 

  Quando sentivo commentatori, più o meno autorevoli, parlare di scuola del futuro, confondendo il doveroso utilizzo delle nuove tecnologie nella didattica con la distruzione del rapporto empatico possibile solo in presenza, ho cominciato a chiedermi come fosse possibile un tale gigantesco errore di valutazione. 

  Una mucca nel corridoio per usare un detto popolare emiliano reso celebre da Bersani: come si può non vedere una mucca entrata dai campi nel corridoio di una casa? 

  Allo stesso modo mi chiedevo, come si può, non vedere e non capire che un insegnante che non può guardare negli occhi gli studenti è paralizzato in una bolla solipsistica, può parlare per ore ma non capisce minimamente quanto di quello che dice sia un seme piantato nella terra e quanto un seme buttato via. 

  Guardare negli occhi gli studenti e capire dal loro sguardo se la scintilla si accende, se e quanto fermarsi su un punto, se sia necessario un esempio diverso, un altro punto di vista, cosa manchi per capire appieno il discorso, tutto ciò davanti ad uno schermo diventa impossibile, o peggio, è possibile in parte solo con gli studenti più bravi, quelli già avanti per conto loro, mentre taglia fuori gli studenti più fragili dal punto di vista personale, ma anche dal punto di vista familiare e infine dal punto di vista economico. 

   Gli studenti con una famiglia attenta e presente sono stati incalzati e seguiti a casa, gli altri semplicemente non erano connessi, oppure giocavano ai video giochi, così come gli studenti con un solo computer in famiglia e poca capacità di connessione internet, erano totalmente sconnessi. 

   Che sarebbe accaduto questo e che la didattica a distanza fosse un ripiego obbligato per me e molti altri era chiaro, la cosa impressionante era il coro acritico di lodatori che poi col passare dei mesi ha cominciato a perdere cantori fino ad oggi quando, a distanza di un anno e mezzo, nessuno oserebbe nominare più la DAD come esempio da seguire, il motivo è abbastanza semplice e si spiega con le due seguenti cifre emergenti dalla realtà sarda: gli ammessi all'esame di maturità sono stati il 91,5% i non ammessi sono l' 8,5% in Sardegna contro il 3,5% della media nazionale. Le procure della Repubblica sarde hanno ricevuto seicento segnalazioni per abbandono dell'obbligo scolastico con i ragazzi di 12-16 anni a rappresentare la fascia d'età più colpita. Fenomeni d'ansia e depressione hanno colpito molti ragazzi. 

   La scuola in Italia, ormai da molti anni, viene riformata in laboratorio, riforme schizofreniche da un lato dichiarano degli obiettivi teorici da raggiungere, dall'altro mettono in campo norme e adempimenti che vanno in tutt'altra direzione, un appesantimento burocratico senza senso, fatto di relazione che nessuno legge e sono utili soltanto ai giudici del TAR quando esamineranno un ricorso contro un voto finale al di sotto delle aspettative di mamma e papà. 

   La cosa più rivoluzionaria da fare sarebbe portare il numero massimo di studenti per classe a venti unità, senza nessuna deroga, in modo da consentire davvero ai docenti di "personalizzare" entro certi limiti il discorso educativo sulla base dei diversi bisogni, altrimenti la didattica differenziata ed i bisogni speciali in classi da trenta studenti è semplicemente una pretesa ridicola e inattuabile. 

  Poi c'è tutto il discorso del reclutamento dei docenti, ogni anno vanno in pensione 12 mila insegnanti, anziche sostituirli tempestivamente, si lascia che i precari raggiungano numeri mostruosi (200 mila) per poi fare concorsi "a crocette" che non valutano né la conoscenza dei contenuti, nè le doti pedagogiche e la capacità didattica. I veri problemi, come al solito, non si affrontano. 

Pasquale Lubinu

Aprile - Testata Giornalistica Regionale
di Articolo Uno Sardegna