Comunità e autonomia

09.11.2021

Nuovi spazi dell'agire politico

Le attuali condizioni sistemiche per la sopravvivenza della democrazia sono state cancellate o perlomeno messe a dura prova da processi che oggi ci sembrano irreversibili. Irreversibile appare la schiavitù del lavoro precarizzato, perché il mercato del lavoro globale impone una competizione illimitata tra lavoratori di aree diverse del mondo e la preventiva eliminazione di ogni forma di solidarietà. Irreversibile sembra la miseria morale e psichica di una generazione che ha imparato più parole da uno schermo elettronico che da una voce o un contatto umani. Irreversibile il processo di riduzione delle libertà individuali derivante dalla necessità di combattere la pandemia. Irreversibile è lo scioglimento dei ghiacci artici, della distruzione delle foreste amazzoniche, della tundra siberiana, delle praterie in Australia (cui forse ci sarebbero da aggiungere i recenti incendi del nostro Montiferru, dei boschi in Sicilia e Calabria, in Grecia, in Turchia ...). Irreversibile è la spirale di competizione economica e di aggressività militare. Irreversibile è il progressivo svuotamento decisionale del parlamento a vantaggio del governo che interviene sempre più di frequente con lo strumento dei DPCM con la solita musichetta giustificatrice dello "stato di necessità", anche laddove necessità o emergenza sono da cercare col lanternino. Irreversibile è la progressiva riduzione di autonomia delle amministrazioni locali i cui poteri su questioni territorialmente rilevanti vengono continuamente ridimensionati o annientati a vantaggio delle iniziative del governo centrale (cfr. le recenti norme sulla transizione energetico-ecologica e quelle relative ai beni culturali). Irreversibile è la lenta ma continua e "incompresa" diminuzione dei numero dei votanti alle elezioni di cui le recenti amministrative ne sono l'esempio ultimo.

La solidarietà sociale è stata lacerata dalla precarizzazione e dal culto onnicomprensivo della competizione e l'azione politica è divenuta impotente e ineffettuale: essa si fondava un tempo sulla possibilità di scegliere, decidere e governare; ora la scelta è sostituita dalla previsione statistica e dal calcolo probabilistico. E il processo di decisione è sostituito da automatismi tecno-linguistici, e il governo dalla governance finanziaria.

Dal momento che il linguaggio è stato sottomesso alla legge della tecnica, e che gli automatismi tecno-linguistici hanno preso il sopravvento nelle relazioni sociali, "libertà" è divenuta una parola vuota e l'azione politica diventa inefficace: ormai le decisioni sono state assorbite quasi completamente dalla macchina connettiva, e la rabbia popolare viene di conseguenza, e in assenza d'altro, incanalata a destra da organizzazioni razziste, nazionaliste e sempre più frequentemente di chiara impronta fascista.

Diciamo quasi, perché nonostante le sconfitte subite da quella che fu la "classe operaia", essa non è completamente scomparsa; al contrario, l'esercito industriale si è diffuso a livello planetario, ed enormi concentrazioni di produzione sono emerse nei paesi di più recente industrializzazione; essa è stata espropriata di ogni peso politico, le è stato tolto qualunque strumento di autodifesa, e si presenta ormai come un conglomerato di lavoro precario cui è impedito di creare comunità solidali fondate sulla compresenza territoriale.

Infatti le strutture solidali si possono cancellare dal giorno alla notte, perché la deregolamentazione ha smantellato le protezioni legali della comunità. Le condizioni salariali sono determinate in modo unilaterale, e i salari regrediscono a livelli sempre più bassi. Le condizioni di vita della società si sono rapidamente deteriorate. Si riduce l'accesso all'istruzione, alla sanità e al tempo libero, i servizi sociali vengono privatizzati e il loro costo tende ovviamente ad aumentare.

Ma i sostenitori del neoliberismo hanno la risposta pronta: tutti i lavoratori possiedono un telefono cellulare: democrazia e libertà sono salve!

Il codice capitalista trasforma l'espansione dell'utile in accumulazione finanziaria e impoverimento della vita quotidiana e del suo tempo. La prescrizione della crescita come modello "culturale" agisce sulla produzione sociale come esca significante che provoca una distorsione trasformando la ricchezza possibile in effettiva e crescente miseria.

Ricordiamoci che la controinformazione e lo smascheramento delle menzogne dei media di regime è sempre stato un punto essenziale nell'azione dei movimenti sociali, e anche oggi uno dei compiti importanti dovrebbe essere quello di trovare e affermare la "verità". Abbiamo anche imparato (V. Giacchè) che nonostante le contorsioni del discorso pubblico e la quantità smisurata delle menzogne che circolano nel discorso dell'attuale "politica", non è difficile intravvedere la verità. Sappiamo per esperienza che il capitalismo sfrutta il nostro lavoro e che la dinamica finanziaria impoverisce la società. Dopo tre decenni di rimbecillimento neoliberale la maggioranza della gente ha capito che il capitalismo è una trappola. Quel che non sappiamo è come si viene fuori dalla trappola. Non sappiamo come riattivare l'autonomia del corpo sociale.

Avvertiamo la presenza del desiderio di ricerca di qualcosa d'altro e di evasione dalla produttività. Forse è necessario assumere il punto di vista della lentezza: cioè trasformare l'impotenza in una linea di fuga dall'universo produttivo che conosciamo. Forse potremmo scoprire che lo spossessamento non è poi così male solo se viene accolto e organizzato come condizione di abbandono per trasformare il declino in un moto di solidarietà. Magari così si può intravvedere la possibilità del cambiamento, che non è mai una, è sempre plurale: le possibilità inscritte nella composizione attuale del mondo non sono infinite, ma molte. Il campo di possibilità non è infinito perché il possibile è circoscritto dalle impossibilità inscritte nel presente; ciononostante è plurale, è un campo di biforcazioni. Quando ci troviamo di fronte a un'alternativa tra possibilità differenti, l'organismo entra in tensione; poi procede compiendo la scelta che corrisponde alla sua potenza.

Di fronte alla crisi di quella che fu la sinistra e al consolidato esaurimento di qualunque sua pur minima spinta propulsiva, vale forse oggi la pena di valorizzare quella che è stata chiamata la "sinistra sociale" (associazioni, comitati, collettivi, gruppi ...), una sana risorsa possibile per fare comunità e società. E' il caso di raccogliere il monito che Aldo Bonomi fece vent'anni fa secondo cui «le questioni della tarda modernità non si capiscono stando al centro, ma stando ai margini e nelle periferie» laddove una "nuda vita" sofferente preme alle «frontiere di cartamoneta ... su confini invisibili ma potenti». Credo che sia allora necessario essere eretici riconoscendo che il conflitto - quello che l'attuale centro-sinistra tende ad allontanare e a collocare sempre fuori di sé nel rapporto capitale-lavoro - è entrato dentro di noi, che il capitalismo è entrato dentro l'antropologia del soggetto, che viviamo in una società della "moltitudine" dove si sono depotenziate le categorie di classe, dove la dimensione del lavoro ha pervaso tutta la nostra vita, dove è saltata la separazione tra tempo di vita e tempo di lavoro, dal momento che il nostro comunicare e sentire è "messo al lavoro".

Qui si possono aprire grandi spazi per noi, per l'autocostruzione, l'auto-organizzazione dal basso, la creazione di nuovi legami ma solo se fondati su reciprocità, solidarietà, socialità. Oggi, nel tempo dell'individualismo portato a compimento e della comunità assente, per costruire comunità (vera) è necessario ripartire dall'altra polarità dell'"io diviso", della persona che si contrappone alla spersonalizzazione della relazioni umane, agendo dal basso, dal tanto sviolinato territorio.

Questo tendere verso una comunità che viene, vissuta più come assenza che come presenza, qui e subito, significa (come ricorda Cacciari) «dire al prossimo tuo che non è solo». E' un far politica che si alimenta, più che di una tecnicità basata sull'arte della mediazione e contrattazione per stare sempre al governo, di parole d'ordine umanitarie, umane, come lo è la "nuda vita": ambiente, salute, povertà, integrità del corpo, del pensare e del sentire. C'è magari necessità di un fare politica da militanti-straccioni, più da moltitudine che da classe agente (o dirigente) e di qui muoversi per costruire, insieme, una strada comune da percorrere.

Mario Loi

Aprile - Testata Giornalistica Regionale
di Articolo Uno Sardegna