Berlinguer: Cercò di creare un comunismo nuovo

05.06.2022

Il PCI è stato il più grande partito comunista dell'Occidente 

Da un punto di vista storico quella di Enrico Berlinguer è una figura di enorme complessità, anche perché è stato il segretario del Partito comunista più grande e influente del mondo occidentale in un periodo contrassegnato da vicende pregne di conseguenze. Tanto per fare un esempio, circa un anno e mezzo dopo l'elezione a segretario di Berlinguer, avvenuta nel marzo del 1972, fu assassinato Salvador Allende (11 settembre 1973); nel mese successivo, poi, Berlinguer fu vittima di uno "strano incidente" automobilistico in Bulgaria. Ancora, gli eventi mediorientali del 1979, capaci di stimolare l'inflazione, che addirittura "oscurarono" una svolta storica che andò a vantaggio dell'America e dell'Europa: la conversione della Cina all'economia di mercato. Senza contare che l'idea di Eurocomunismo berlingueriana venne osteggiata a Mosca e guardata con sospetto (di doppio gioco) a Washington. Scherzando si potrebbe quasi dire che l'avversione nei confronti di Berlinguer mise d'accordo i protagonisti della Guerra fredda. Naturalmente, nel periodo in questione anche in Italia ci furono avvenimenti complessi e capaci di determinare le sorti politiche: un esempio su tutti, l'assassinio di Aldo Moro con conseguente fine di quel particolare processo chiamato Compromesso storico. Come è normale che sia, tantopiù in un aspetto della vita dell'uomo dominato dalla prassi come è quello della politica, l'evolversi delle questioni internazionali e nazionali incisero notevolmente sull'operato politico di Berlinguer. Tuttavia in un percorso tanto lungo, tortuoso e di difficile e complessa interpretazione emerge una costante, che può essere richiamata con le parole del segretario stesso: "Essere rimasto sempre fedele agli ideali (comunisti) della gioventù". In questa breve, parziale e assolutamente incompleta analisi, dopo che si è implicitamente sottolineata la necessità di abbandonare le facili e inutili riduzioni a cui la figura in questione è stata sottoposta, è necessario porsi una domanda: che tipo di politico è stato Enrico Berlinguer? Vilfredo Pareto sostenne che i politici sono di due categorie: quelli in cui domina l'istinto della prevalenza degli aggregati, i machiavellici leoni; e quelli in cui prevale l'istinto delle combinazioni, le machiavelliche volpi. Benedetto Croce, grande ammiratore del realismo politico di Machiavelli e di Marx, in una sua celebre analisi circa l'onestà politica, sostenne che: "L'onestà politica non è altro che la capacità politica". In altre parole, la virtù del politico non è assolutamente comparabile alla virtù comune. Ci sarebbe, in ultima analisi, uno scarto incolmabile tra morale comune e condotta politica. Tuttavia, come è facile comprendere, emerge un problema enorme, ossia la giustificazione della condotta del politico, non essendo essa "controllabile" dalla morale comune. Berlinguer è stato un politico riconducibile a questo tipo di condotta? Ha avuto egli una condotta non conforme alla morale comune? La risposta deve essere netta e chiara: assolutamente no! Ma allora è stato un politico poco... politico? Erasmo da Rotterdam scrisse un libro, L'educazione del principe cristiano, che può essere considerato come l'antitesi più radicale del Principe di Machiavelli. In tale testo, Erasmo sostenne che l'ottimo principe non può prescindere dalla "magnanimità, dalla temperanza e dall'onestà". A differenza del principe di Machiavelli, la soddisfazione sta nell'essere giusto e non nel fare le "gran cose". Ma per provare a categorizzare il politico Berlinguer, questo non è sufficiente, ed ecco che allora ci viene in soccorso Kant: nell'appendice a quello che Norberto Bobbio considerava un "aureo libro", Per la pace perpetua, Kant distingue il moralista politico dal politico morale, condannando il primo ed esaltando il secondo. Per Kant, pur essendo la massima "l'onestà è la migliore politica" quasi sempre smentita dalla pratica, "l'onestà è migliore di ogni politica"; per cui essa, l'onestà (e la morale), è la condizione indispensabile per ogni politica. Per il filosofo tedesco sono le conseguenze delle scelte a fare la differenza e il politico ha la responsabilità per tali scelte e soprattutto per le conseguenze da esse derivanti. Ecco, il politico Enrico Berlinguer, anche quando avrebbe potuto tranquillamente aizzare la folla e vincere facile, esprimeva concetti basati sulla ragionevolezza e non sull'emotività. Berlinguer sentiva l'enorme peso delle proprie responsabilità e le sue parole, così come le azioni, erano responsabili. Seguendo l'insegnamento gramsciano, Berlinguer cercava di dirigere il popolo comunista alla propria emancipazione, anche e soprattutto intellettuale. Attraverso questo agire politico basato sull'onestà e sulla responsabilità, teso a dirigere ed educare il popolo per elevarlo, Berlinguer è spesso considerato un comunista "anomalo" o addirittura un socialdemocratico, in quanto non concepiva il controllo dello Stato quale strumento propedeutico al potere della propria fazione. In effetti, per Berlinguer lo Stato doveva rappresentare tutti, in funzione non di una fazione ma del Bene collettivo. Ma, a pensarci bene, la valorizzazione del Bene collettivo, anche con un successivo superamento dello Stato, non è forse la meta alla quale tende il comunismo? Senza addentrarci in questioni di stampo filosofico, si può quindi tranquillamente affermare che Enrico Berlinguer, a partire da un atteggiamento morale e responsabile, è Stato, da intendersi anche quale uomo di Stato appunto, un vero comunista. Per cento anni, dall'inizio alla fine. 


 Cristian Nonnis 26.05.2022

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