BALNEARI TUTTO DA RIFARE Consiglio di Stato demolisce validità concessioni

13.12.2021

La pronuncia dei giudici di palazzo Spada non lascia nemmeno uno spiraglio: l'estensione al 2033 è illegittima e lo Stato deve riassegnare i titoli entro due anni tramite evidenza pubblica. Una sentenza devastante, che non lascia nemmeno uno spiraglio di possibilità: le concessioni balneari devono essere riassegnate entro massimo due anni tramite gare pubbliche, poiché l'estensione al 2033 è contraria al diritto europeo in quanto proroga automatica e generalizzata.

Una pronuncia che colpisce i circa trentamila concessionari in Italia (quasi un migliaio in Sardegna) e abolisce, di fatto, l'estensione delle concessioni balneari fino al 2033, decisa dalla legge 145/2018. La colpa per essere arrivati a questa situazione è di tutta la politica italiana, che in tanti anni ha fatto solo chiacchiere e non è stata in grado di approvare una riforma seria e adeguata. Ci sono centinaia di aziende che hanno investito risorse ingenti e ora rischiano che le loro attività vengano messe a bando pubblico. Una impresa balneare non è solo ombrelloni e sdraio anzi, in Sardegna, molte attività hanno sempre escluso questo tipo di attività, ma sono bar, ristoranti, B&B, discoteche, spazi per sport e servizi alla balneazione. Il livello di occupazione nelle spiagge sarde delle concessioni non supera il 30% a fronte del 70/80% in altre zone d'Italia. Molte concessioni insistono in strutture fisse, non smontabili, che hanno richiesto grossi finanziamenti oltre a tanti anni di lavoro e sacrifici. Stiamo parlando di piccole imprese, soprattutto a conduzione familiare, che lavorano 4 mesi all'anno se va bene e pagano un canone in base ai metri quadri occupati. Certo ci sono palesi differenze tra zone "ricche" dove c'è un turismo per pochi e zone dove il caffè lo paghi come al bar sotto casa tua. Alcuni lamentano i prezzi irrisori delle concessioni e pensano che mettendole all'asta lo stato incasserebbe molti più soldi. Questo perché lo si rapporta al valore economico che l'intera filiera dei servizi alla balneazione produce che si aggira intorno ai 15 miliardi di euro, quasi un punto del PIL Italiano. Intanto quel valore significa lavoro e reddito per tanti lavoratori, soprattutto giovani, e un livello di reddito d'impresa accettabile. In fondo, ad essere precisi ed obiettivi, il vero valore che lo stato introita sono i circa 2 miliardi di tasse tra Irap, Iva e Irpef, oltre al canone di concessione. C'è poi un altro fattore da non sottovalutare che sono imprese locali, radicate in questi comuni costieri con tutto ciò che questo comporta. Mettere all'asta pubblica le concessioni significa che grandi gruppi finanziari, magari anche quelle in odore di mafia, sarebbero molto interessate a far man bassa delle concessioni per utilizzarle per riciclaggio dei soldi sporchi, cosa che per altro già accade. Spazzare via questa realtà di piccole e medie imprese sappiamo cosa comporta per i nostri territori e, francamente, non ci lascia tranquilli che a gestire le nostre spiagge siano società sconosciute: significa consegnare le chiavi di casa a sconosciuti. Ma questo all'Europa non interessa e la sentenza del Consiglio di Stato riafferma i principi di concorrenza affermati nella direttiva 2006/123/CE "Bolkestein". Quello che lascia perplessi, o addirittura sospettosi, è che questi principi non valgono per altre concessioni. Parliamo di concessioni energetiche, acquatiche, autostradali ect, per le quali il Consiglio di Stato adotta una valutazione completamente diversa: il pericolo per queste imprese, sebbene titolari di concessioni non affidate con principi di evidenza pubblica, è che «l'obbligo di dismissione totalitaria previsto dalle disposizioni di legge censurate, ancorché finalizzato a sanare l'originario contrasto con i principi comunitari di libera concorrenza determinatosi in occasione dell'affidamento senza gara della concessione, si traduca in un impedimento assoluto e definitivo a proseguire l'attività economica privata, comunque intrapresa ed esercitata in base ad un titolo amministrativo legittimo sul piano interno, secondo le disposizioni di legge all'epoca vigenti, con conseguente violazione dell'art. 41 della Costituzione. Insomma intransigente con i piccoli e condiscendente con le grandi imprese.

Domenico Cabula

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di Articolo Uno Sardegna