L’attentato all’aeroporto di Kabul riporta indientro le lancette della storia al 2001

08.09.2021

Mentre da Kabul a Herat si moltiplicano le file di donne davanti ai mercati che vendono "panno blu", il mondo è scosso dalle immagini di madri disperate che gettano i figli oltre il filo spinato all'aeroporto di Kabul chiedendo ai militari di prenderli.


È il 13 agosto quando nell'ultima toccante testimonianza che Gino Strada affida, poco prima di morire, a La Stampa, il padre di EMERGENCY denuncia la rapidissima avanzata delle forze talebane che lasciava presagire quello che di lì a poche ore sarebbe accaduto: le milizie dei talebani che, nelle ultime settimane, avevano riconquistato progressivamente sempre più zone dell'Afghanistan, fino ad arrivare alla capitale Kabul, complice il graduale ritiro delle truppe occidentali dal Paese, dopo la presa del palazzo presidenziale e la fuga del presidente Ghani del 15 agosto, attraverso un video dei leader che hannopromesso "ordine e serenità", rendono nota la "dichiarazione della rinascita dell'Emirato Islamico dell'Afghanistan" già alla guida del Paese dal 1996 al 2001.

Nel giro di poche ore il paese riprecipita nel caos e nel buio di un nastro che viene drammaticamente riavvolto di un ventennio e i network di tutto il mondo cominciano a trasmettere le drammatiche immagini delle migliaia di civili in fuga accalcati nelle fusoliere e aggrappati alle ruote dei carrelli degli aerei in partenza dall'aeroporto di Kabul: come Zaki Anwari, il giovane calciatore afghano il cui fotogramma di lui aggrappato al carrello che precipita cadendo nel vuoto, rimane impressa negli occhi di tutto il mondo in un orribile déjà-vu che riporta le lancette dell'orologio indietro a quelle orribili immagini dell'11 settembre del2001.

Gino Strada lo conosceva bene quel presagio di guerra e di morte che ha fatto si che la sua EMERGENCY non abbia mai abbandonato quei territori in cui rimanere per salvare vite, tutte, civili e di combattenti di opposte fazioni (questa la grandezza di Gino Strada!) a fronte dell'indifferenza, mascherata da improbabili missioni per scopi umanitari, proveniente dai tavoli di geo politica internazionale, gli stessi che adesso si affrettano, o fanno finta, con qualche velato e tardivo mea culpa, nel ricercareuna soluzione.

Saranno le donne e le bambine a pagare il prezzo più alto per la montagna di errori commessi in Afghanistan dalla geopolitica occidentale che ha permesso di far cadere un intero popolo sotto il controllo della peggiore forma di integralismo che strumentalizzando la propria religione impone la sharia come legge di stato e applica la discriminazione di genere verso le donne umiliandole e richiudendole nella prigione del burqa?

Ho ascoltato con grande interesse l'intervista che Mariangela Pira su Sky TG24 ha rivolto ad Alberto Cairo, capo delegazione della Croce Rossa Italiana in Afghanistan che alla domanda: "Ci sono stati voli di rimpatrio, perché lei resta? Perchè non va via, non si sente in pericolo di vita?" ha risposto "resterò, è dovere della Croce Rossa Italiana rimanere" nel martoriato Paese in cui dal 1989 Alberto Cairo è responsabile del Programma di Riabilitazione Fisica del Comitato internazionale della Cri. Era li già 30 anni fa e ha quindi conosciuto i Talebani degli anni '90 che, sottolinea, sono molto cambiati. "Ad ogni cambio di regime abbiamo assistito ai rastrellamenti nelle case quindi non escludo possano esserci anche stavolta ma nel '96 quando hanno preso Kabul il tono era molto diverso, durissimo, e non facevano alcuno sforzo per essere "gradevoli" o meno cruenti".

"Hanno detto che rispetteranno i diritti delle donne", prosegue Mariangela Pira, "ma in base alla sharia, e lo dicevano anche 25 anni fa: è cambiata la sharia o sono cambiati loro? In alcune zone, ad Herat ad esempio, hanno già detto che le donne potranno continuare a studiare se gli insegnanti saranno donne, dobbiamo credere alle loro promesse?" "Nessuno al momento può saperlo. Il momento dalla verità - risponde Cairo - sarà quando saranno completamente ritirate le forze internazionali. Finora hanno combattuto adesso devono governare". "Certo è che le donne sono spaventate, non sono più per strada. Per loro le cose sono già cambiate, fanno la fila per accaparrarsi un burqa che le più giovani di loro non hanno neppure mai indossato: temono di perdere tutto ciò che hanno conquistato. Per loro sarà tutto molto più difficile. I cambiamenti in questi 20 anni sono stati importanti: moltissime ragazze sono andate a scuola, dalle elementari all'università sono agguerrite e sanno parlare, numericamente sempre meno rispetto agli uomini ma non sono le stesse donne di vent'anni fa; molti afgani, anche tradizionalisti, lo hanno capito, la vita in Afghanistan è cambiata anche perché sono cambiate le donne".

Chiudo con il pensiero di Malala, Premio Nobel per la Pace, attivista pakistana, che ha parlato della situazione delle donne in Afghanistan in un'intervista esclusiva alla Bbc. Malala Yousafzai, commentando quanto accade ha detto: "Stiamo vedendo immagini scioccanti sui nostri schermi. Le persone stanno scappando. Ci si accorge che questa è davvero una crisi umanitaria urgente, è il momento che i leader delle potenze mondiali, soprattutto Stati Uniti e Regno Unito, lavorino per proteggere i civili e chi scappa dall'Afghanistan: i Paesi devono aprire i loro confini ai rifugiati afghani, devono salvare quelle donne".

In attesa di capire cosa accadrà veramente è prioritario consentire a più donne, ragazze e bambine/i possibili di mettersi in salvo, orache le maglie del controllo talebano sono ancora "slabbrate"sostenendo chi decide di rimanere a lottare nel proprio Paese, garantendo un monitoraggio internazionale sui diritti umani e delle donne in particolare.

Antonella Fancello 

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